DIO E’ MORTO. LEADER-CRAZIA E TV-CRAZIA. HARAKIRI DEMOCRATICO. STORIE DI MINORANZE SUICIDE

29 Nov

suicidio di massa 5 stelle

DIO E’ MORTO. LEADERCRAZIA E TVCRAZIA. HARAKIRI DEMOCRATICO. STORIE DI MINORANZE SUICIDE E DI DINOSAURI

Dio è morto” annunciava il folle nella Gaia scienza di Nietzsche. Oggi lo stesso folle potrebbe proclamare: “Il partito è morto”. La forma-partito, che è stata la struttura portante della politica novecentesca in Italia, cede il posto alla leadercrazia: il partito è ormai un contenitore vuoto che solo i leader possono riempire con il loro carisma e le loro idee.

Le ultime elezioni regionali di Emilia e Calabria sono state sotto il segno dell’astensionismo. Renzi vince anche questa “mano” benché la sua leadership abbia subito il contraccolpo delle proteste di piazza e dei dati poco confortanti dell’economia. Trionfa la Lega in edizione “fronte nazionale” lepeniana, soprattutto per merito dell’ubiquo Matteo Salvini, invocato addirittura da Berlusconi come il profeta armato in grado di guidare un futuribile centrodestra, sebbene il Cavaliere abbia preferito la metafora calcistica del goleador dietro il quale potrebbe esserci Sua Emittenza in veste di regista. Metafore calcistiche a parte, declina il Movimento cinque stelle che paga lo scotto della scarsa presenza sui media del leader Grillo: senza la tv a fare da megafono, Grillo illanguidisce. Piaccia o meno, il consenso politico passa ancora attraverso la grande sorella televisiva: chi non è in tv non esiste. Tanto più con un elettorato, come quello italiano, che è il più volatile e umorale dell’occidente politico.

Dalle parti del Partito Democratico, alcuni dinosauri invocano il ritorno all’Ulivo.

Prove di suicidio di massa o di harakiri da parte di un partito finora vincente?

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Il corpo del leader

14 Nov

Franco Forchetti

 

Il corpo del leader politico

(pubblicato anche sulla rivista fondata da Alessandro Meluzzi “Testatadangolo” http://www.testatadangolo.com)

 

Il corpo ultrasessantenne di Grillo che fende l’acqua dello stretto di Messina è il segno che, pur nell’era della dematerializzazione delle virtù del corpo celebrate da Nietzsche, la carne (performante, dolente e gaudente) rappresenta ancora un simbolo vivo delle idee. D’altronde la cultura occidentale, un ibrido tra la matrice giudaico-cristiana e il retaggio greco-romano, trova uno dei suoi momenti fondativi nel sacrificio del corpo del Cristo, nel martirio del Verbo fatto carne. Si tratta, quindi, di un evento “alpha” che avrebbe influenzato anche il concetto di carisma laico, di leadership laica: da quel momento in poi, il corpo del leader avrebbe dovuto essere un super-corpo, capace di compiere imprese sovrumane, di resistere alla stanchezza e alla sofferenza, di trasformare in “carnalità” anche l’idea più astratta. La democrazia repubblicana italiana nasce dal rinnegamento del corpo performante di Benito Mussolini (il corpo abbronzato e sudato del duce che raccoglie il grano, che gonfia il petto dal balcone di Piazza Venezia e che si vanta delle imprese erotiche), un corpo che sarebbe stato esibito, ormai esangue, a Piazzale Loreto, a monito perenne di ogni tentazione autocratica. L’anti-corpo mussoliniano è forse quello di Gramsci, il corpo piegato e annichilito dal carcere, tanto più decadente quanto più florido è lo spirito dell’intellettuale sardo, un corpo quasi trasfigurato dalla forza dell’idea.

I corpi dei politici della Prima Repubblica sono corpi dimessi, tutt’altro che eroici e performanti: non contano molto nella comunicazione politica, quasi esorcizzati dall’assoluto predominio delle culture “decarnalizzate” del cattolicesimo e del comunismo (corpi magri, curvi, debordanti, sudati). E’ la Seconda Repubblica a far tornare in auge il corpo “politico”. Il corpo berlusconiano è, da principio, un po’ anonimo, quasi neutro: quello del ’94 non è il corpo berlusconiano esibito negli anni successivi (Berlusconi che fa footing con i suoi collaboratori alle Bermuda, che persegue una costante “messa in forma”, che vuole accreditarsi come un “corpo instancabile” capace di lavorare 20 ore al giorno, che, tra il serio e il faceto, rivendica una sorta di super-bio-immunità). Mentre il corpo di Prodi del ’96 è un corpo che solo apparentemente è massiccio e poco performante: in realtà Prodi è un forte ciclista capace di pedalare per decine di chilometri al giorno. Un corpo “grande” che rassicura gli italiani e che sceglie di muoversi in bus, distribuendo sorrisi “emiliani”, manifestando una comunicazione corporale e prossemica che gli esperti definiscono “cinestesica”. Se il corpo di Casini, pur essendo esteticamente quasi perfetto, non si consolida nell’immaginario “corporale” degli italiani, è perché Casini non lo esibisce in alcun modo: giacca e cravatta occultano il corpo alla Clooney, senza ammiccamenti all’immaginario femminile. Né il leader UDC si fa riprendere pubblicamente in tuta o mentre pratica qualche attività fisica. Non essendo un corpo “dinamico”, appartiene alla staticità dei corpi della Prima Repubblica. Lo stesso accade con Rutelli nel 2001: il sindaco dagli occhi del cielo è bello ma il suo corpo è “fermo”, “poco atletico”.

 

Il vero corpo bossiano è il “corpo mistico” del popolo leghista: quello che più conta della sua materialità è la voce, profonda e rauca. Eppure è un corpo instancabile, che fa le ore piccole, che si mostra in canotta sulla Costa Smeralda, che si muove forsennatamente in tutto il Nord e che, ad un certo punto, viene colpito dalla malattia. Il Bossi che torna dopo la malattia ha perduto la gestualità prorompente della sua prima comunicazione politica (chi non ricorda l’uso spesso irriverente che faceva del suo braccio): ormai dematerializzatasi, la leadership bossiana, dopo la malattia, è diventata meramente spirituale, collegata al ricordo della sua forza. Il corpo veltroniano si esalta come “corpo viaggiante” nel suo tour elettorale ma non è un corpo “performante”. Arriviamo ai tempi nostri. Berlusconi ha ceduto lo scettro ad Alfano che ostenta un corpo alto, atletico e abbronzato: un corpo siciliano “deciso” che però non sceglie mai di farsi vedere fuori dall’abbigliamento istituzionale. Quello di Monti è un non-corpo nel senso che l’attuale presidente del consiglio non viene percepito come un leader “corporale” o “carnale” ma come una “mente” finanziaria, una mente quasi senza corpo. Ecco però che, improvvisamente, nonostante la decarnalizzazione apparente della leadership politica, irrompono sulla scena Vendola, Grillo e Renzi. Il corpo vendoliano è un corpo pasoliniano che afferma la propria “diversità” ma che viene subito oscurato e subissato dall’egemonia del suo stesso verbo, della parola che sovrasta la carne. Quello di Renzi è un corpo giovane, non particolarmente atletico o performante: un corpo “medio” nel quale tutti i quarantenni possono riconoscersi, anche quelli che non frequentano le patrie palestre. Ma è un corpo “attivo” che sceglie di percorrere l’Italia in camper, vestendosi casual, con jeans e camicia, un corpo che si mette in gioco nel suo essere itinerante. Ed infine il corpo grilliano: un corpo che non arringa soltanto ma che, a sorpresa, emulando l’impresa di Mao Tse Tung, percorre a nuoto lo stretto di Messina, nonostante lo scetticismo dei suoi collaboratori. Abile sotterfugio per calamitare l’attenzione dei media? Atto di rispetto e di amore per i siciliani? Metafora del fatto che i veri ponti sono quelli costruiti tra il leader e il popolo e non i ponti di metallo? C’è, quindi, un’estetica del corpo del leader che ha bisogno, però, di diventare segno di energia, forza, movimento, resistenza: è, in realtà, un corpo “esteso” perché di tale nozione di corpo fanno parte il timbro e le tonalità di voce, la gestualità, la prossemica (ovvero il modo di occupare lo spazio e di comunicare attraverso di esso). Ad esso si richiede una sorta di ubiquità perché quanto più il corpo del leader occupa più spazi tanto più esso acquisisce carisma. Perfino Grillo, che si è sempre mosso nello spazio dematerializzato della rete (una noosfera senza corpi), ha dovuto produrre una performance fisica, riaffermando, in una sorta di visione spartana, la forza di quel corpo che non vuol essere come i corpi degli altri politici proprio perché, malgrado l’età, esso rivendica (non senza la consueta ironia di ogni comunicazione di Grillo) una vis tutt’altro che postmaterialistica. In politica il corpo è tornato protagonista e giocherà (a livello inconscio) un ruolo nella futura partita elettorale.

 

DA BERLUSCONI A GRILLO: STORIA DI UTOPIE, ILLUSIONI E REALPOLITIK

29 Mag

Franco Forchetti

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo pubblicato sulla rivista “Testatadangolo” (www.testatadangolo.com) diretta da Alessandro Meluzzi

 

 

Paradossalmente sono proprio le categorie del sogno e dell’utopia a spiegare i fenomeni politici più significativi degli ultimi venti anni. Il sogno berlusconiano è stato l’utopia liberal-borghese di una società libera dal moloch dei partiti, un modello utopico senza retroterra filosofico che si nutriva più dell’operosità della forma mentis brianzola che non di una radice ideologico-culturale. Utopia che fa sognare e che, in fondo, non simpatizza troppo per il parlamentarismo poiché a un presidenzialismo forte e ad un governo decisionista.

L’impasse di tale utopia è che, da un lato, chi la propugna è un magnate dei media e dell’editoria e, per questa ragione, viene sospettato (anche se è in buona fede) di sovrapporre interessi privati e bene comune. Mentre, dall’altro, è noto che qualsiasi utopia liberale deve scontrarsi con un paese fatto di corporazioni, potentati e lobby.

 

Quello prodiano è stato il sogno, in salsa romagnola, di un’Italia della nuova pax tra potentati e corporazioni, della democrazia operosa, del rigore dell’amministrazione finanziaria e della mediazione con le istanze comuniste. Primo esempio post-ideologico di compromesso ideologico, il sogno è naufragato più per le rivendicazioni dei singoli che per intrinseca debolezza. Il veltronismo, almeno nelle intenzioni, ha incarnato l’utopia di un paese democratico, tollerante, buonista, l’auspicio di un governo democratico-kennediano in grado di esorcizzare gli estremi: pur sconfitto dal berlusconismo, il veltronismo rappresentava un progetto politico valido. Ma è un kennedismo alla “romana” che non faceva sognare perché sceglieva, scientemente, un basso profilo e un understatement più britannico che americano.

L’utopia di Vendola è quella di un politico pasoliniano-borgesiano, impastato di letteratura e solidarietà, di trasgressione e conservazione: una lingua nuova che affascina sia la vecchia koiné postcomunista che il mondo giovanile in cerca di un profeta armato, sensibile e intelligente. E’ l’utopia di carne e sangue di un uomo contro che inventa un nuovo glossario. Destinato a non diventare partito a vocazione maggioritaria, il progetto politico vendoliano rischia, però, di riscrivere la storia della sinistra: dopo Vendola la sinistra non sarà più uguale. Avrà perso qualcosa in burocrazia, sezioni e organizzazioni ma avrà guadagnato in mente e cuore.

L’utopia di Casini non c’è. Ed è stato quello l’errore di Casini, politico affidabile, preparato e con un forte senso delle istituzioni che, però,  non fa sognare il proprio elettorato. Il moderatismo, il centrismo, il cerchiobottismo sono virtù che magari seducono la mente ma non scaldano i cuori degli elettori. La crisi dei grandi partiti, messa in luce dalle ultime amministrative, è imputabile all’assenza di utopie: del resto il movimento grillino è, al postutto, un movimento carismatico fondato sull’utopia di un governo dei bravi cittadini sensibili all’ecologia, al risparmio energetico e alle buone pratiche economico-finanziarie. Mentre gli sconfitti delle ultime elezioni sono tutti coloro che hanno scelto la strada della pragmatica politica sobria e stoica (più sacrifici per tutti, poche speranze, nessun orizzonte) che magari piace ai superbanchieri europei ma scontenta un popolo a cui si nega una qualsivoglia teleologia. Tra l’euforia (talora obnubilante) dell’utopia e la disforia (talora depressiva) della realpolitik c’è, probabilmente, una terza via su cui si giocherà il futuro del paese.

NON STIAMO LAVORANDO PER VOI. LE ELEZIONI E L’ANEMIA DEI PARTITI

7 Mag

Come accade per tutti i commenti a caldo, si rischiano il pensiero umorale e il pensiero di pancia. E’ doveroso, però, riflettere su questa tornata elettorale. In tempi non sospetti, avevo preconizzato la crescita inesorabile del movimento di Grillo, tanto più che in Italia antipolitica e familismo partitico amorale coesistono in modo contraddittorio, facendo sì che il nostro paese costituisca il laboratorio politico più interessante del mondo. In altri termini pare che il sentimento di odio verso la politica (che si esprime nel consenso verso i partiti anti-sistema oppure attraverso il non voto) abbia altrettanto peso delle logiche corporative e da “familismo amorale” che tengono in vita i grandi partiti a due cifre, mentre la mai sopita dialettica ideologica tra destra e sinistra ossigena le formazioni estreme di destra e sinistra. Ad ascoltare i discorsi sui bus e nei bar, i grandi partiti dovrebbero eclissarsi in meno che non si dica, tanto forte è il clima di anti-politica. Ma poi, quando si va al voto, ciò non accade. E’ vero che PDl, PD e Lega arretrano (soprattutto il PDL), ma non si sgretolano a tal punto da consegnare le città agli anti-politici. Non mi sembra che il vero problema sia quello di capire come si riplasmeranno i vecchi partiti in vista delle future elezioni politiche poiché ciò appare un problema minore. Una gravescente crisi socio-economica sta minando le basi dell’Europa e rischia di riconsegnare il Vecchio Continente nella braccia dell’Irrazionalismo, del desiderio di palingenesi, della voglia di uomini forti: all’orizzonte un’Europa in agonia e gravida di potenziali repubbliche di Weimar. Tremonti aveva profetizzato tale pericolo. Difficile dire cosa dovranno fare i partiti italiani per ricucire lo strappa con il paese. Certo è che non si fa politica solo con il rigore e il sacrificio: occorre dare nuove speranze, occorre scaldare gli animi degli elettori, occorre poter offrire a tutti una via d’uscita (agli operai, ai precari, agli imprenditori). Nessuno è in cerca di nuovi Sogni o Grandi Illusioni. Ma ognuno vorrebbe poter credere che qualcuno (ossia i partiti) stia lavorando anche per lui.

BERLUSCONI QUINTA COLONNA. 4 IPOTESI SUL DESTINO DI MONTI E 1 IPOTESI SUL PODESTA’ STRANIERO

20 Apr

Eravamo abituati al Berlusconi dirompente delle campagne elettorali, al Berlusconi “populista” che attaccava i giudici, al Berlusconi di lotta e di governo. Oggi c’è un Berlusconi inconsueto: dopo aver ceduto lo scettro del partito ad Alfano, Berlusconi ha indossato le vesti del padre fondatore che dà consigli e che, da lontano, guida il partito. Sembrava, da principio, che, pur sostenendo Monti, Berlusconi non volesse confondersi con il Professore, facendo intendere che non la pensava esattamente come il bocconiano su alcuni temi. Pareva che il PDL perseguisse una strategia cerchiobottista per la quale si sosteneva e si criticava al contempo il governo, obbedendo, da un lato, alla realpolitik della sopravvivenza, e, dall’altro, alla necessità di non inimicarsi un elettorato insoddisfatto dalla Montipolitik. Finché non vi è un stato un giro di boa allorché Berlusconi ha lasciato intendere di poter sostenere un governo Monti ben oltre la scadenza della legislatura nel 2013. Tanto da far allarmare alcuni esponenti della sinistra timorosi che la figura di Monti possa essere reclamata dal centrodestra e sdoganata come nuovo leader “tecnico” del postberlusconismo. Non ci interessa tanto sapere cosa farà Monti e se davvero questi intende proseguire il suo mandato. Semmai viene da chiedersi perché Berlusconi abbia preso in considerazione l’eventualità di un appoggio ad un governo Monti di lunga durata:

1) Berlusconi è in perfetta buona fede e, per amor di patria, ritiene importante dare fiducia da un governo che sta portando il paese fuori dalla crisi. E’ consapevole che occorreva farsi da parte, almeno per qualche tempo, al fine di evitare che un eventuale fallimento dello stato italiano per un rialzo eccessivo dello spread potesse essere imputato alla sua figura.

2) Berlusconi sa che alle prossime elezioni politiche il centrodestra è condannato a perdere a favore del centrosinistra e, a quel punto, conviene rimanere in appoggio ad un governo di larghe intese senza consegnare il paese ai suoi arcinemici.

3) Berlusconi fa mera pretattica lasciando intendere che appoggerà un governo Monti oltre il 2013, salvo poi ripensarci e presentare Alfano all’appuntamento del 2013, dopo aver, però, addormentato la partita elettorale e magari spiazzato la sinistra.

4) Berlusconi vuole “bruciare” Monti elogiandolo e dandogli una futura investitura. Corteggiando Monti da destra, Berlusconi lo rende non reclutabile dalla sinistra. Contemporaneamente Berlusconi sa che non necessariamente Monti potrebbe scongiurare del tutto il rischio del rialzo dello spread. Se il paese, pur guidato da Monti, dovesse ripiombare in piena emergenza “spread”, ciò sarebbe la prova provata che Berlusconi non aveva colpe in tal senso e, a quel punto, potrebbe rilanciare sul piano politico attraverso il delfino Alfano.

In ogni caso ciò è la prova che il berlusconismo non è al tramonto e che Berlusconi, anche se da dietro le quinte, giocherà un ruolo ancora fondamentale. Ad una sola condizione, però. Quella per cui il futuro PDL divenga sì una grande casa dei moderati ma abbia il coraggio di continuare a incarnare un partito a forte vocazione leaderistica, capace di esprimere un Alfano (o un “podestà straniero” volitivo) forte, decisionista, coraggioso nell’assumere posizioni anche critiche nei confronti dell’Europa. Perché non è affatto vero che il futuro politico dell’Italia dipendE solo dai movimenti antipolitici (vedi Movimento a cinque stelle), dall’astensionismo o da vagheggiate forze centriste. Gli scenari italiani ed europei, caratterizzati da disoccupazione, incertezza, paura, disorientamento, sfiducia nelle istituzioni europee, stanno preparando la strada (come già profetizzava Tremonti) alla reviviscenza degli estremi (dalle destre nazionaliste e xenofobe alle forze neocomuniste) e invocano (che ci piaccia o meno) nuovi uomini della provvidenza, nuovi uomini forti. E a quel punto vincerà il partito politico che saprà esprimere non soltanto una capacità di attrazione al centro ma soprattutto un leader coraggioso nel quale il popolo elettorale si riconoscerà.

La pizzica della Rivoluzione. Il “vendola” del nord

15 Feb

19 maggio 2011

 
Senza voler fare della politologia all’amatriciana e sapendo che bisognerebbe, a mente fredda, esaminare i flussi di voto per poter delineare un quadro eziologico della rivoluzione politica che le recenti elezioni amministrative hanno determinato, provo a disegnare – assecondando quel guessing istinct teorizzato dal semiologo Peirce – un polittico della politica italiana all’indomani del voto amministrativo. Lascio ai politologi e agli storici il difficile compito di una disamina più articolata e più documentata dell’ennesima rivoluzione elettorale.
Chi vince alla fine della partita amministrativa?

Non certo il PD che non decolla nei consensi. Vince Vendola, carismatico affabulatore e portatore di un vento nuovo, fatto di parole e di passioni, un pasoliniano che non si arrende a un modello borghese-mortifero e che lancia nell’agone un gentleman, quale Pisapia, che tutto sembra tranne che un pasoliniano. Ma questa non è stata solo la vittoria di un galantuomo simpatico ed ironico, bensì il trionfo di un leader – Vendola appunto – che ha costruito un partito “emozionale” che ha circa l’8 % del consenso nazionale. I comunisti, così lungamente evocati da Berlusconi, si sono materializzati, ma non hanno né l’aspetto di vetusti nostalgici della cortina di ferro né appaiono grigi leninisti: essi sembrano, semmai, gaudenti ed energici interpreti di un pensiero postmarxista e poststrutturalista, interpreti di un vitalismo antiborghese e antisistemico che ha più di Leopardi e Nietzsche che di Marx e Mao Tse Tung.  E’ ovvio che Pisapia, senza il retroterra vendoliano, non sarebbe stato vincente.

Chi perde? Non Berlusconi che, dopo una così lunga stagione di battaglie endogene e giudiziarie, non poteva attendersi affermazioni eclatanti. Perde, semmai, Tremonti perché arretra quella Lega nord che da sempre lo sostiene e lo indica come leader in pectore nel dopo Berlusconi. Perde un Tremonti che, pur se intellettuale lucido ed economista saggio, è costretto, per motivi elettorali, a tirare la volata elettorale alla Lega, sventolando temi ormai esangui come la paura dell’immigrato e dell’Islam. Se la Lega fosse avanzata nei consensi a detrimento del PDL, essa avrebbe potuto reclamare a gran voce la successione tremontiana: ma, alla luce di questo esito sconfortante, Tremonti rimane al palo, tanto più che la futuribile e pesante manovra fiscale, di cui sarà latore, non lo renderà particolarmente amabile agli occhi dei contribuenti.
Una notte dei lunghi coltelli attende un PDL dove leaders, per troppo tempo negletti e messi in ombra, come Formigoni, reclamano differenti dinamiche decisionali dentro un partito che non ha mai fatto un congresso. Veltroni assiste al declino del suo progetto di partito democratico autosufficiente e sganciato dalla sinistra radicale. Torna a vincere semmai un modello Prodi al contrario nel quale le locomotive sono SEL e IDV. Perde il “moderatismo” di governo del PDL che non è stato né un partito liberal-liberista di destra né un partito welfare oriented, scontentando, da un lato, imprese e privati, dall’altro, impiegati ed operai. Perdono, dunque, i partiti tradizionali e moderati. Vincono i partiti “passionali”, i partiti della protesta, i partiti dell’antipolitica che, più degli altri, paiono saper interpretare un voto giovanile (ma non solo) che torna ad essere protagonista.

Sul tema del terzo polo, ha ragione Sartori: non c’è ancora in Italia un humus elettorale che possa sancire l’affermazione di una terza polarità politica. Il nostro rimane ancora un sistema caratterizzato dal pluralismo polarizzato: pur nella frammentarietà delle formazioni politiche, le scelte di fondo rimangono ancora bipolari e antitetiche. Tra l’altro tre supermoderati assieme (come Casini, Rutelli e Fini) sono davvero “troppo” per un elettore postmoderno che ha bisogno, pur sempre, di un pizzico di passione e di invito pugnace all’agone politico.

La comunicazione politica apprende una nuova lezione: quella dell’incapacità crescente di prevedere esiti elettorali e flussi di voto. Troppe sorprese e una rivoluzione non annunciata sono il segno che molti schemi di lettura sociosemiotica del pensiero “elettorale” sono inadeguati. D’altronde anche la scienza politica, come ogni scienza che si rispetti, ha bisogno di teorie e contro teorie, di conferme e di smentite. Una teoria politica sarà tanto più scientifica quanto più falsificabile. L’Italia, nel bene e nel male, rimane il laboratorio politico più interessante del mondo. Perché il nuovo vento del nord è stato generato da un vento del sud: dal vento vendoliano che dalla Puglia spira sull’intero paese e dal vento di un De Magistris che si afferma contro ogni previsione e malgrado nemici interni ed esterni. La rivoluzione ha il ritmo della pizzica.
Franco Forchetti

Filosofia e prassi di un manager “umano troppo umano” Pier Luigi Celli: dal pensiero critico della governance al vitalismo manageriale

15 Feb



10 maggio 2011
L’umanesimo non è morto. All’alba, nella frescura della prima visione, quando   il mondo non è ancora contaminato dalle logiche dell’uomo macchina, efficiente e performante, è possibile udire le parole di Erasmo da Rotterdam, di Pico della Mirandola, di Orazio e di Leopardi. Nella società della techne e dell’homo aeconomicus esse risuonano come echi di una remota landa dell’anima ma non così lontana da non poter essere riattraversata, in un  viaggio à rebours nella “matrice” della nostra cultura. Il sogno baconiano non ha oscurato la lucida follia erasmiana e non ha cancellato il vitalismo di Leopardi.
Quando si leggono i libri di Pierluigi Celli, si ha la sensazione di imbattersi in un umanista che non grida nel deserto ma che è entrato, come Giona, nel ventre della balena (una inquietante melvilliana balena bianca presaga del mondo della nuda tecnocrazia), insinuandosi nei gangli della macchina-impresa per oliarne le giunture. Da umanista-manager Celli non si limita a spiegare come far funzionare meglio il moloch-impresa ma sogna di renderla “umana, troppo umana”: non già per indebolirla ma per sincronizzarla con un ambiente mutevole nel quale il fattore di sopravvivenza non è, come spiega Galimberti nella postfazione all’Illusione manageriale (Celli 1997), il “fare tecnico” o lo “specialismo” ma l’apertura verso la socialità, la capacità di comprendere il potente “mondo della vita”. La trasformazione dell’impresa in un modello autoreferenziale, specialistico e tecnicistico ha reso miopi le aziende, rendendole fragili e poco adatte a interpretare, con un decision making life oriented, l’ambiente circostante. Utilizzando un glossario luhmaniano, si potrebbe affermare che le imprese, sotto-sistemi del sistema economia, hanno amplificato il loro grado di complessità autoreferenziale reagendo ai mutamenti dell’ambiente proprio attraverso l’accrescimento di complessità. Per Luhmann (Luhmann, De Giorgi 1992) è inevitabile che quello dell’economia sia un sistema autopoietico che non “comunica” affatto con l’ambiente: in fondo la posizione del sociologo tedesco non è molto dissimile da quella del filosofo Hobbes che, come ricorda lo stesso Galimberti, scrive:

“Se si conoscessero con egual misura le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometrie, sarebbero debellate l’ambizione e l’avidità, il cui potere si appoggia sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e all’ingiusto, e la razza umana godrebbe di una pace costante” (De cive, epistula dedicatoria, cit. da Galimberti, in Celli 1997: 139-140)

Purtuttavia quelle di Luhmann e di Hobbes rischiano di essere le cornici filosofiche e metodologiche che racchiudono la nascita di una “politica” (intesa come luogo delle decisioni) che risponde soltanto alle regole da essa stessa generate e che non riesce più a concepire fini dihumanitas, di benessere e di felicità rispetto ai quali le regole medesime devono fungere da mera techne.

“E’, se vogliamo, una questione di nuove sensibilità. Il loro sviluppo, sul versante sociale,etico e politico, consente di inquadrare il governo di un sottosistema economico (quello dell’impresa) nell’ambito di una popolazione di sottosistemi che entrano necessariamente in interazione. (..) E qui si pone direttamente il problema di che tipo di management serve meglio questo mutamento di scenario, tenuto conto che l’ampliamento dei punti di vista spinge verso responsabilità di “governo” e non semplicemente di “amministrazione” settoriale” (Celli 1997: XI).

Non si dà potere che non si fondi sulla lingua. E Celli intuisce che la povertà e l’autoreferenzialità del glossario manageriale sono segnacoli di una debolezza strutturale dell’impresa. Non soltanto “abbondanza di mezzi” e “incertezza di fini”, ma anche una lingua povera e debole, specchio di un pensiero debole. Del resto, scrive Celli, “i poteri forti nascono quando i pensieri sono deboli”:

“L’impressione che l’impresa si stia adattando a questa povertà linguistica è supportata dalla scarsità di produzione autonoma di cultura manageriale che non ripeta moduli, stilemi e linguaggi di importazione” (Celli 1997: 10).

Pauperismo linguistico e ipertrofia del “managerialese”  rappresentano i limiti epistemologici e comunicativi dell’impresa postmoderna che si chiude nella turris eburnea di una lingua-praxis sterile e autoreferenziale. E’ necessario, secondo Celli,
lasciare che aria nuova soffi sui vecchi giochi, che il mondo della vita irrompa negli specialismi dei glossari e delle scienze dell’amministrazione, che le imprese si facciano interpretanti della postmodernità, che l’azienda divenga una “compagnia della conoscenza”, una tolkeniana compagnia dell’anello (Forchetti 2006) in grado di attraversare una terra di mezzo dove Apollo e Dioniso costituiscono le due polarità competitive: la razionalità e il vitalismo. Celli preferisce, in tale senso, evocare una suggestione gnostica:

“Per tradizione noi abbiamo imparato a (o ci è stato consigliato di) mettere il “noto in vasi chiusi”: presidiare la posizione e non aprire varchi a suggestioni minacciose. Qui, interpretando la difficile arte dell’abbandono senza fuga, soccorre invece la metafora gnostica che invita a “rompere i vasi”. Il futuro non sarà più così garantito, ma in compenso avremo molti buoni passati da ricordare” (Celli 1997: 113).

Solo uno humanistic manager[1]poteva scegliere come epigrafe introduttiva al suo libro La generazione tradita una lunga citazione dallo Zibaldone di Leopardi nella quale il poeta recanatese – filosofo-poeta per dirla tutta, al pari di Nietzsche che affianca alla volontà di potenza i ditirambi di Dioniso – identifica quella “materia vivissima” che è “l’ardore giovanile”, “cosa naturalissima, universale, potentissima”. Essa, ignorata dai politici e dai reggitori dello stato, continua ad operare in modo anarchico e, non utilizzata dai maggiorenti, “serpeggia e divora sordamente come un fuoco elettrico”, pronta a conflagrare in “temporali, in tremuoti”.

D’altronde lo stesso Galimberti, nel libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007), sostiene che la forza vitale e intellettuale dei giovani è destinata a dissiparsi perché essi non sono coinvolti nelle decisioni per lo stato e per la comunità: inattivi, inascoltati, trascurati, i ventenni di oggi, l’apogeo del bios intellettuale, costituiscono una comunità negletta, governata da una gerontocrazia conservatrice e reazionaria.
Ma il saggio di Celli non si accontenta di elaborare la diagnosi del male oscuro né si propone di purificare la cattiva coscienza dei padri mediante una confessione catartica. E’ un libro scritto di pancia, all’indomani della famosa lettera al figlio pubblicata su Repubblica, per la quale Celli aveva subito l’accusa di essere un benpensante che, sebbene appartenente all’establishment, tesseva discorsi “giovanilisti” contro il Potere delle vecchie generazioni. Tuttavia è innegabile che operare all’interno di un sistema di potere con funzioni dirigenziali non significa necessariamente esserne schiavi “acefali”, poiché si può giocare una partita di innovazione anche stando dentro i centri vitali, cambiandoli per via endogena. In altri termini essere uno di potere non esclude di poter essere critici o iconoclasti.

Le rivoluzioni vere – ed è la lezione di Tocqueville e dell’abate Barruel – le fanno sempre le classi dirigenti allorché provano ad autoriformarsi. Il pensiero critico di Celli è anche un pensiero autocritico e ciò lo mette al riparo dall’accusa di essere un “luterano” che fa la morale agli altri pur essendo egli stesso membro della confraternita. La generazione intellettuale che, dalla rive gauche, aveva proclamato la società del desiderio, l’immaginazione al potere, la lotta al conformismo, le linee di fuga e di deterritorializzazione (Deleuze e Guattari), il situazionismo (Debord, Vaneigem), vive oggi un’aurea senilità, scrive sui giornali e governa, sovente, media e politica. Mentre sull’opposto della rive gauche, il pensiero cattolico, universalistico e un tempo welfare oriented, è, oggi, in ritirata, asservito al dogma della società flessibile, stregato dai monetaristi di Friedman e dai teorici delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione: il nuovo moderatismo si preoccupa unicamente di tenere i conti in ordine e di ridurre spesa pubblica e debito, senza più un orizzonte di sogno, un’utopia sociale e intellettuale. Chi ha fallito veramente? I rivoluzionari di un tempo si sono imborghesiti e frequentano i salotti buoni, mentre i conservatori moderati cattolici sono usciti dal grembo di Santa Romana Chiesa – che pur aveva rappresentato, nei primi 50 anni della repubblica, un paradigma di sviluppo socio-sostenibile – facendo apostasia silenziosa della dottrina sociale della chiesa. Non a caso Celli cita, ad un certo punto, le parole di un salesiano che insisteva sulla necessità di non deludere coloro che si aspettano qualcosa da noi.

Ed è il senso delle “virtù elementari, deboli nel loro appeal mediatico” e incardinate intorno alla famiglia, alla scuola, al comunitarismo, premesse morali indispensabile a quel sapere indiziario – che Celli evoca spesso – che solo può divenire bussola per la complessità. Ricorre spesso nel suo libro l’evocazione del sapere indiziario che costituisce un paradigma interpretativo e decisionale anche per le imprese nella società della complessità. Il sapere indiziario nasce con i cacciatori primitivi che fiutano le tracce della preda, si affina con i medici ippocratici che osservano i sintomi per individuare le cause della malattia (semeiotica medica), si struttura in scienza dell’investigazione e si offre persino ai critici d’arte che nel particolare individuano la paternità dell’opera. Un sapere indiziario che, come scriverebbe Eco, non è figlio dell’albero di Porfirio ma è figlio del rizoma di Deleuze e Guattari: è un modello forte nel cuore di un pensiero debole (Cfr. Eco, Sebeok 1983; Ginzburg 1986; Forchetti 2005).
L’umanesimo del manager Celli, laico sì ma rilucente di afflati mistici, invoca un’impresa che vada al di là del mito dell’efficienza gestionale e della competitività a tutti i costi e che, in un patto col diavolo al contrario, chieda indietro la sua anima, “il suo tessuto di valori fondanti” per farsi “ micro realtà sociale, una comunità di persone per le quali è essenziale trovare un equilibrio tra la dimensione economica, le preoccupazioni sociali e l’universo simbolico” (Celli 2010: 103).
Se quello di Celli è un j’accuse, ci sono dentro tutti, dall’incendiario diventato pompiere al moderato divenuto ignavo:

“Stava morendo, con gli anni, un’intera generazione di rivoluzionari riluttanti, di arditi vellica tori di visioni in “conto terzi”, arresi alla dura realtà di una società che fagocita indifferente il buono e il cattivo in nome di un progresso che va assecondato senza riserve” (Celli 2010: 44).

Meno male che Celli rifiuta la definizione di “bamboccioni” che voleva rappresentare corrivamente una generazione (o forse più generazioni) a cui viene offerto poco o nulla. La generazione di Celli, per dirla con le parole di quest’ultimo, è cresciuta in fretta, bisognosa di raggiungere un’autonomia economica perché le famiglie di provenienza non potevano garantire un sostentamento duraturo ma c’era qualcosa che oggi non c’è: il paese aspettava che questi giovani crescessero, offriva loro un mondo da conquistare. Esisteva quella mobilità sociale per la quale anche il figlio di contadini od operai avrebbe potuto far carriera (il caso di Enrico Mattei è emblematico). Il paradosso è che, oggi, ci sono così tanti giovani preparati, culturalmente e professionalmente formati, che non trovano più il naturale sbocco delle loro competenze, a meno di non riciclarsi come tornitori, cuochi o badanti, perché si è consacrato il verbo dello Stato sparagnino, della società precaria (dove il lavoro precario è pagato male e, se lo si perde, non se ne trova un altro) millantata per l’idealtipo della società flessibile dove uno dovrebbe cambiare lavoro con relativa facilità ed essere pagato meglio di un lavoratore dipendente.

Una generazione “tradita”, condannata al life long learning, ovvero ad aggiornare le proprie competenze per poter rimanere competitiva, laddove le vecchie generazioni apprendevano un kit di competenze che sarebbe rimasto pressoché intatto per l’intero arco della vita lavorativa. Ma Celli dice che i nostri figli non devono tanto condannarci per aver abiurato i nostri ideali giovanili quanto per l’indifferenza mostrata nel gestire i processi di crescita delle nuove generazioni:

“L’indifferenza degli adulti priva i giovani di un terreno essenziale (…) quello della passione, dell’emozione, dei sentimenti legati ai saperi multipli, che affinano spiriti liberi. Offrendo il senso dell’avventura e del rischio, aprono alla ricerca e portano progressivamente a un equilibrio tra effetti e intelligenza del mondo e delle cose che fa fruttare al meglio quelle sinergie vitali, così proprie dei giovani, di senso e ragione” (Celli 2010: 49).

Il fuoco vitale delle nuove generazioni è stato soffocato dall’ignavia postrivoluzionaria di una generazione che ha perduto anche la capacità di parlare, di divenire portatrice di un linguaggio articolato per un “pensiero complesso”. Chi parla male o poco, pensa poco o male. La ricchezza del nostro glossario è specchio della potenza vivificatrice della nostra mente. Ma le vecchie generazioni tacciono e, anche se non sono afasiche, balbettano un verbo stanco, incapace di tessere platonicamente nuovi miti e di scaldare i cuori di giovani che si stanno consegnando ad un troppo precoce e weberiano “disincanto del mondo”.

Per Celli “costruire un universo di senso è oggi più importante del semplice insegnamento” e ciò lo si può fare dentro quella preziosa agenzia formativa che è l’università. Il nostro autore lo dice a chiare lettere: non bisogna lasciare l’università solo in mano ai professori, rischiando che essa divenga il luogo di un sapere autoreferenziale e paludato, incapace di leggere la realtà circostante e di offrire un ponte sul mondo del lavoro e della complessità.
Si tratta di un limes problematico: lo stesso Celli aveva scritto, qualche pagina prima, che “l’università non è solo un passaggio obbligato della vita, ma anche un luogo che stimola ragionamenti, pensieri, discussioni, viaggi, decisioni spesso drastiche e in controtendenza, ma che regala forti amicizie, emozioni e soprattutto genera idee” (Celli 2010: 35). Più avanti Celli ritiene necessario rendere più funzionali le università al lavoro e alla società. Non si tratta di una contraddizione ma di un ragionamento sulla polarità di qualsiasi discorso metatestuale sull’università. Tradotto in termini brutali, si viene all’università per conquistare un sapere critico, apprendere la complessità della conoscenza e perseguire la libertà del pensiero oppure per trovare, sic et simpliciter, un lavoro?
Non si può negare ad alcuno il diritto ad un sapere che non sia necessariamente funzionale ad una professione. Il sapere è un luogo di libertà e, per questa ragione, esso postula anche la sua inutilità, almeno dal punto di vista professionale. Ma questo – obietterà qualcuno – è pura speculazione intorno ai massimi sistemi e intorno ai fini di una così veneranda istituzione. Nessuno può negare che molti si iscrivono all’università perché ciò – almeno in linea teorica – consente di trovare lavori migliori e meglio pagati (resta poi da stabilire se sia ancora così). Anche in questo caso, l’università non può correre il rischio opposto: quello di trasformarsi in una fabbrica intellettuale di futuri lavoratori. Eco scriveva che si non si va all’università per imparare quando è morto Napoleone ma per apprendere come trovare la notizia in due minuti. Perciò sembrerebbe che il telos dell’università sia quello di dare un “metodo”: un metodo di pensiero, di analisi, di organizzazione delle informazioni, di esposizione. Ed una volta appreso tale metodo, esso può essere applicato in ogni lavoro: diventa una specie di apriori kantiano che ci aiuta ad organizzare le nostre future conoscenze sul mondo. Celli, nella sua doppia anima di filosofo e manager, rimane sul limes tra l’idea dell’università come spazio libero di costruzione di un sapere critico e il progetto di un’università che serva a collocare nel futuro i giovani: e forse proprio tale ambivalenza rappresenta l’idealtipo di un modello universitario che è chiamato alla sfida della libertà intellettuale e della complessità socio-economica.
Come ogni filosofo che si rispetti, Celli non può sottrarsi a fronteggiare la Gorgone della politica. Non era forse il filosofare platonico un filosofare per concepire la repubblica ideale? Non era quello di Hobbes il tentativo di fare del corporeismo la base concettuale di un’architettura statuale che tutelasse il genere umano dalle insane passioni?
E’ insolito per un manager tessere un elogio della funzione politica poiché è luogo comune, invalso presso molti capitani d’impresa, quello di considerare la politica lo spazio della non azione, dell’ostacolo, il moloch che ostacola la libera impresa (erede forse di un pensiero alla Adam Smith che crede ancora alla mano invisibile). Ma Celli è pensatore fin troppo colto e raffinato per non notare che serve una politica che pensi di nuovo in grande, capace di disegnare scenari futuribili e di costruire le premesse del futuro. Non si dà grande futuro senza una grande politica perché il mercato non è sufficiente ad autoregolamentarsi, se è vero che il tanto celebrato libero mercato statunitense è stato salvato dal vituperato Moloch statuale, segno incontrovertibile che esiste sì una mano ma non invisibile.

Ed infine vi è, nella parte finale del libro di Celli, il problema della guida ovvero dei buoni maestri. Dall’iperfetazione di buoni e cattivi maestri che negli anni 70 condizionavano – direttamente o inconsapevolmente – il pensiero e l’agire di quelle generazioni si è giunti nel deserto delle idee e/o dei maestri. Dove sono finiti quei professori che formavano la coscienza critica e che inducevano centinaia di ragazzi ad ascoltarli senza che ci fosse bisogno di promettere crediti formativi o favoritismi di sorta? Potremmo anche accusarli di ideologismo, di indottrinamento coatto e di faziosità, ma essi erano “peripatetici” che camminavano e parlavano in mezzo ai giovani – e penso al Deleuze che fumava, sorrideva e stregava i suoi allievi in estenuanti e meravigliose lezioni (che oggi la tv ripropone in un bianco e nero che non ne ha smarrito la fascinazione). Esiste ancora il senso dell’Accademia dove il dialogo platonico con i propri allievi è evento fondante di ogni nascente cosciente dialettica? Ma, come precisa Celli, non è necessario che tali maestri siano professori, perché anche i poeti e i filosofi “non laureati”, come scriverebbe Montale, parlano alla nostra mente di visionari mancati e di coraggiosi paralizzati.
C’è bisogno – dice Celli – di qualcuno che si faccia carico del destino dei giovani e che li metta in condizione di portare avanti idee e progetti: non dei grilli parlanti ma dei “buoni maestri” che riescano a “far crescere allievi non servili, qualcuno così bravo da non doversi preoccupare troppo della carriera, fino al punto che sarà impegno d’onore sostituire il maestro e perpetuarne il metodo e il sentimento di cura” (Celli 2010: 111). Non è, forse, vero d’altronde che ogni grande maestro dovrebbe sognare di essere rinnegato, ad un certo punto, dal suo allievo e non semplicemente imitato e clonato nella generazione successiva.

Non basta, secondo Celli, limitarsi a dipingere un affresco dei tempi oscuri e complessi nei quali i giovani sono destinati a vivere. Ma occorre “farsi perdonare” facendosi carico del proprio ruolo di padri portatori di saperi ed esperienze e dando vita a progetti di cooperazione con i giovani stessi, dando loro opportunità di crescita e cercando di trasmettere il senso dell’ignoto e dell’avventura. Poiché il coraggio non è assenza di paura ma ricerca faticosa del proprio Graal. Celli non lo evoca ma sembra che, in fondo, il modello proiettivo di questa generazione debba essere, paradossalmente, un modello archetipico. E’ ancora Odisseo, l’eroe dal multiforme ingegno, narratore seducente e inventore di “vie d’uscita”, viaggiatore impavido che non dimentica la “casa” (la tradizione, il retroterra), l’archetipo più fecondo per una generazione condannata (o consacrata?) ad attraversare le colonne d’Ercole di una storia che, tutt’altro che finita (come voleva Fukuyama), attende nuovi navigatori.
Qualche maligno penserebbe che, in fondo, il libro di Celli si colloca in un genere fin troppo frequentato dagli scrittori: quello della lettera-libro ai propri figli reali o virtuali. Umberto Eco, in Diario minimo, scrive una bella lettera al figlio Stefano nella quale il semiologo scrive:

(…) E ti insegnerò a giocare guerre molto complesse, in cui la verità non sta mai da una parte sola (…) Ti sfogherai, nei tuoi anni giovani, ti confonderai un poco le idee, ma ti nasceranno lentamente delle persuasioni (Eco 1963: 121)

Mentre Franco Ferrucci scriveva nel 1989 una Lettera a me stesso ragazzo, uno straordinario viaggio in quella terra di confine della propria anima dove si intrecciano miti, infanzia, senso della vita e spirito religioso. In ogni caso, sono libri che, pur parlando a un ipotetico bambino o ragazzo, prendono la forma di un protrettico, di un’esortazione all’esercizio di una Vita filosofica (e non solo).
Nel caso di Celli, il fatto che il libro nasca da una lettera rivolta al figlio e pubblicata su Repubblica è solo un modo per parlare a molti figli: è quindi un atto di confessione intergenerazionale, di “paterna” e gnostica rottura dei vasi, di costruzione di ponti emotivi e intellettuali tra i fondatori e i prosecutori.
Avrebbero perciò torto tali maligni a pensare che si tratta di un libro “format”, di una canonica epistola letteraria e filosofica destinata a coloro che verranno. Quello di Celli è un libro “vero” nel senso che palpita di quell’energia che i padri profondono nel momento in cui, con sofferenza e lucidità, raccontano i propri errori e le proprie grandezze, provando ad “esserci” ancora per quei figli il cui destino è stato colpevolmente ignorato dai ceti dirigenti. In fondo la generazione tradita è un libro che nasce sull’onda emotiva ed intellettuale di una lettera al figlio pubblicata da Celli su Repubblica nel 2009: è un libro che prova a spiegare, in modo analitico, squarciando il velo di Maja e rompendo ogni genere di indugio, vizi e virtù di due generazioni che oggi si fronteggiano (le vecchie generazioni ignave o, al meglio, pentite e le nuove rabbiose e deluse) e che devono, a tutti i costi, firmare un nuovo patto. Ma ciò che conta e che fa la differenza è che il libro di Celli è un protrettico contemporaneo, un’esortazione rivolta non già ai giovani ma ai padri, è il libro di chi ha scoperto (o comunque urlato ai quattro venti) la malattia e che ora si carica sulle spalle la propria croce (di responsabilità e di corresponsabilità) di adulto per redimere se stesso (un “se stesso” che assurge a capro espiatorio narrante di una generazione di padri) ma, soprattutto, per salvare il futuro. In una specie di secolare Passione al contrario, è il Padre ad immolarsi per il figlio: un’immolazione che si traduce in una lucida e sofferta autocritica generazionale che non vuol essere un mero lavacro purificatorio per “lavare più bianco” la coscienza dei padri fondatori ma che vuole offrirsi come una proposta di una nuova alleanza, di un nuovo corso dei tempi. Ed, in tal senso, questo è, fuor di dubbio, un libro di passione (e di Passione) che potrebbe avere (e l’avrà sicuramente) la forza di risvegliare qualche padre ignavo e di restituire a molti giovani il coraggio e l’ardore che San Paolo chiedeva ai seguaci di Cristo.

BIBLIOGRAFIA

Celli P. L. (1997), L’illusione manageriale, Laterza, Roma-Bari.
Celli P. L (2010), La generazione tradita, Gli adulti contro i giovani, Mondadori: Milano.
Eco U. (1963), Diario minimo, Bompiani: Milano 1988.
Eco U., Sebeok T. A. (1983), Il segno dei tre, Bompiani: Milano.
Forchetti F. (2005), Il segno e la rosa. I segreti della narrativa di Umberto Eco, Castelvecchi: Roma.
Forchetti F. (2006), La compagnia della conoscenza. Sociologia dell’organizzazione, knowledge management e comunicazione di marketing nelle organizzazioni dell’economia cognitiva, Libreria dell’Università Editrice, Pescara.
Galimberti U. (2007), L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli: Milano.
Ginzburg C. (1986), Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi: Torino.
Luhmann N., De Giorgi R. (1992), Teoria della società, Angeli, Milano

 

Franco Forchetti


[1]“E’ così che mi sono ritrovato a coniugare studi scientifici e passioni letterarie, i classici e il teatro, una laurea in economia e il gusto per la scrittura e per la politica ideale. Credo che la generazione successiva a quella di mio nonno sia diventata via via più segmentata, specializzata: inizialmente è sembrato una conquista, un arricchimento, ma ci siamo ritrovati tutti più poveri” (Celli 2010: 37)