Archivio | gennaio, 2012

DELL’OTTIMISMO POLITICO E DEL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI

24 Gen
  • Venerdì 31 luglio 2009



    E’ noto che il suffisso “ismo” non designa quasi mai un fenomeno positivo. Le parole che terminano con tale suffisso denotano, di regola, eventi aberranti o degenerati. Dal nazismo al comunismo al fascismo al consumismo al fanatismo al bullismo. E così via. Tra le poche eccezioni compare “ottimismo” che connota qualsiasi pensiero o comportamento fondato sull’idea che il futuro sarà meglio del presente rispetto a una data situazione di partenza. La guerra filosofica tra ottimisti e pessimista va avanti da secoli.

    Al filosofo Leibniz che pensava che il nostro mondo non potesse essere che il migliore dei mondi possibili creati da Dio, l’illuminista Voltaire replicava con un pamphletsull’ottimismo stupido, mettendo in scena il personaggio Candide che continuava ad essere stolidamente ottimista malgrado catastrofi naturali e tragedie umane. E sulla stessa linea di Voltaire c’è Georges Bernanos che parla di ottimismo come falsa speranza a uso degli imbecilli, nonché Ennio Flaiano che scriveva che essere pessimisti circa le cose del mondo è un pleonasmo ossia significa anticipare quello che accadrà.

    Più raffinata e interessante la frase di Gramsci destinata ad essere utilizzata, logorata e inflazionata dai maitre a penser della destra e della sinistra. Gramsci scrive che “ occorre violentemente attirare l’attenzione sul presente così com’è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”. 
    Ciò significa che, seppure l’intelligenza ci suggerisce che tutto andrà male, la nostra volontà deve essere tenacemente impegnata nella spasmodica “rivoluzione” dello stato delle cose, nell’agire sul presente per costruire un futuro diverso.

    Un sondaggio di Eurobarometro del giugno 2009 ci dice che gli italiani sono i più ottimisti d’Europa rispetto all’attuale crisi economica, o, letto al contrario, i meno pessimisti d’europa. In altri termini meno della metà dei connazionali (49%) pensa che gli effetti della recessione sui posti di lavoro siano destinati a peggiorare. I più pessimisti sono i lettoni che con una percentuale dell’82% vedono nero nella crisi, mentre popoli pragmatici e realisti come Regno Unito e Germania si attestano rispettivamente intorno al 63% e al 69%. Gli italiani invece risultano essere i meno pessimisti. Ne viene fuori, dunque, che siamo un popolo di inguaribili ottimisti.

    Qualcuno potrebbe osservare che ciò spiega il consenso costante e crescente del Presidente del Consiglio che dell’ottimismo ha fatto un dogma politico e che, evidentemente, sa intercettare quell’ottimismo latente che pervade gli italiani. Non è male che un popolo sia ottimista rispetto agli eventi futuri. Ma bisogna chiedersi di che ottimismo si tratta. C’è ottimismo ed ottimismo. L’ottimismo “fatalista” è il convincimento che tutto migliorerà anche se non si fonda su alcuna analisi razionale o probabilistica: è solo un’irrazionale adesione al dogma scaramantico del “tutto prima o poi si aggiusterà” e, soprattutto, non implica che i portatori di ottimismo debbano essere fattivi. L’ottimista fatalista, pur non dandosi da fare in prima persona, crede che il tutto, olisticamente, evolverà verso uno stato migliore.
    Esiste poi un ottimismo “attivo” e “pragmatico” che coltiva la persuasione che tutto si aggiusterà se ciascuno porterà il suo contributo di nuove idee e nuovi progetti, nonostante condizioni ambientali e socio-economiche non favorevoli. Tale ottimismo è, sotto qualche aspetto, vicino all’idea gramsciana dell’agire sul presente, dell’ottimismo della volontà, della “rivoluzione” per cambiare lo status quo. In questo senso Silvio Berlusconi, in modo più o meno consapevole – ma è persona troppo colta e intelligente per non conoscere a fondo il pensiero gramsciano – applica uno schema di uno dei suoi “antagonisti” ideologici, propugnando una “rivoluzione” liberale e riformista. E non si può negare che la sua azione politica sia volta al riformismo e alla trasformazione del paese.
    Ma l’ottimismo “fattivo” di un uomo solo non basta a fare la rivoluzione liberale e a rimettere in moto un paese.Occorre un popolo che sia composto da uomini e donne che siano portatori di nuove sfide e che, nel loro piccolo, agiscano per cambiare lo stato delle cose, come se si trattasse di infiniti piccoli affluenti che confluiscono in un grande fiume. E l’indole vera dei popoli non si vede nel benessere, ma nella difficoltà, come un padre della patria saggiamente ricorda:

    “Per poter conoscere l’indole dei popoli non conviene paragonarli nei momenti normali (…) ma (…) quando, sciolti da ogni freno, si trovano in assoluta balia del loro istinto” (Cavour, Discorso parlamentare del 16 dicembre 1852)

    Se l’ottimismo italico appartiene al genere dell’ottimismo onirico e fatalista, allora esso sarà segno di sventure e, mentre gli altri europei saranno svegli di fronte alla cruda realtà, noi coltiveremo ancora illusioni di grandeur. Ma se l’ottimismo degli italiani sarà laborioso e fattivo, fondato sull’idea che il futuro dipende anzitutto da ciascuno di noi, allora saremo in grado di vincere la difficile sfida della crisi creando nuove prospettive di sviluppo. Perché, come ricordava Tonino Guerra in un famoso spot, “l’ottimismo è il sale della vita”. E chissà che Tonino Guerra e Silvio Berlusconi, così lontani per storia e per idee, non si trovino d’accordo sull’unica cosa che farà la differenza: la fiducia costruttiva nel futuro.

    Franco Forchetti



Sperare contro ogni speranza. In ricordo di Don Gianni

24 Gen

 

Martedì 28 luglio 2009


Quando decisi di creare questo blog dedicato alla politica, mi venne in mente di chiamarlo “ideapolitica” ignorando colpevolmente che Don Gianni Baget Bozzo aveva chiamato il suo giornale on line “ragionpolitica” ma ciò appartiene alle misteriose e insondabili assonanze tra persone e cose lontane nello spazio e nel tempo. Poi scrissi a Don Gianni un’e-mail con la quale lo informavo dell’esistenza del mio blog, invitandolo a leggerlo e a commentarlo. E Don Gianni, mente eccelsa e uomo di grande spirito e umiltà, non fece mancare la sua risposta, dolce come quella di un padre spirituale e incoraggiante come quella di un mentore che sa che i grandi spiriti devono guidare quelli piccoli. Don Gianni non c’è più, ma la sua eredità morale e culturale non ci lascerà.

E’ anche grazie alla sua breve ma stimolante risposta che io trovo la forza e la motivazione per continuare questa piccola avventura di pensiero. Queste furono le parole che Don Gianni mi scrisse commentando il mio blog che, all’epoca, si occupava soprattutto, in modo sapido e divertente, di comunicazione politica:

Da Don Gianni Baget Bozzo a Franco Forchetti

23 dicembre 2008

“Caro Franco,

che il tuo blog sia benedetto. Non conosco il tuo libro e sono sempre stato incuriosito dalla semiotica, ma è un universo che mi sono interdetto avenda già troppi interessi.

Dai tuoi testi vedo che ti sei molto divertito e fai divertire chi ti legge, anche se affronti il “deserto creativo”.

 

Con affetto

Gianni Baget Bozzo ”

Silvio Berlusconi ricorda il caro Don Gianni

Alla sua morte il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo ha così ricordato:

“E’ morto don Gianni Baget Bozzo. Il nostro amatissimo don Gianni. L’amico, di grande tempra intellettuale e spirituale, che ha accompagnato, fin dai primi passi, la nostra avventura di popolo. L’incontro con Forza Italia ha segnato ed attraversato gli ultimi, luminosi e fecondi vent’anni di vita di questo grande sacerdote, intellettuale e testimone del ‘900 e della realtà contemporanea. Con la pietas del cristiano di fronte alle tragedie della storia.

Pochi ricordano le sue avventure spirituali, le associazioni di fedeli che aveva guidato con rara sensibilità: don Gianni era un mistico che portava il peso della sua grandezza in un periodo storico spesso dominato dalla mediocrità. Ma Gianni, il nostro Gianni, non era amaro con il mondo, che amava. Egli sperava contro ogni speranza.

Mi mancherà l’amico, il confidente, il consigliere, che ascoltavo più di ogni altro e che sentivo aderire intimamente a tutti i miei pensieri e a tutte le mie intuizioni. D’ora in avanti mi mancherà per le scelte importanti da assumere in un tempo in cui il suo pensiero lucido, forte e profondo, sarebbe stato per me un conforto e un punto di riferimento fondamentale.

Con la sua scomparsa avverto non solo un grande dolore ma anche un vuoto e una mancanza che sarà difficile colmare”.

Silvio Berlusconi

(fonte: http://www.governo.it/Presidente/Comunicati/dettaglio.asp?d=45233)

 

 

MA L’ANTIBERLUSCONISMO E’ GIA’ DISCIPLINA OLIMPICA?

24 Gen

Luglio 2009

In attesa che l’antiberlusconismo divenga disciplina olimpica nella quale possano cimentarsi veterani ex membri del PCUS, intellettuali della prima ora, intellettuali relativisti ma fondamentalisti solo nei confronti di Sua Emittenza, scapoli dalla mente eccelsa e zitelle senza buco, è fuor di dubbio che esso è assurto ormai adignità di scienza. Giunge voce che alcuni atenei siano in procinto di inaugurare cattedre di Fenomenologia del Berlusconismo, di Letterature comparate di scritti antisilvici, di Teoria e tecniche del giornalismo antiberlusconico e di Filosofia immorale.

E’ innegabile, altresì, che l’antiberlusconismo, ormai materia accademica nonché argomento da bar dello sport, abbia assunto negli anni molteplici forme: da principio l’antiberlusconismo si sostanziava nella tediosa e veneranda questione del conflitto di interessi e nella consunta argomentazione della discesa in campo come foriera di nuove ricchezze per il Cavaliere. Una volta chiaro che proprio la discesa in campo del Cavaliere fece crollare il sogno di Silvio di dedicarsi anima e corpo a fare di Mediaset un colosso mondiale della comunicazione (come invece è riuscito a Murdoch e alla sua Sky) e che quindi semmai Berlusconi ci ha rimesso nel fare politica, l’antiberlusconismo ha cavalcato allo sfinimento l’argomento delle leggi ad personam, dimenticando che la storia italiana è costellata di poteri costituiti che emanano norme consustanziali al potere e che quindi nihil sub sole novi.

La nostra democrazia è ancora troppo giovane e acerba per aspettarsi un Potere che non venga viziato dalla tentazione di normare a suo favore. Poi l’antiberlusconismo è diventato antigerontocrazia. Berlusconi non andava più bene perché, come Prodi, già vecchio ed espressione delle élites gerontocratiche. Da capo di una democrazia del denaro Berlusconi a capo di una democrazia personalistica a supremo reggente di una gerontocrazia. Ma l’antiberlusconismo, come l’araba fenice, non muore mai e trova un’ulteriore ipostasi: Berlusconi è oggi vittima dell’ennesima malcelata accusa. Quella di essere il reggente di una Pornocrazia. Il vile e squallido tentativo di deteriorarne l’immagine politica, indugiando morbosamente sui particolari della sua vita sessuale, ponendolo nella cattiva luce di un leader libertino e licenzioso.

Ma mai come ora l’antiberlusconismo ha perduto smalto e linfa: divenuto grottesco e impotente, esso deride la presunta esuberanza sessuale del Premier, dimenticando che la cultura nazionale (non quella delle élites, ma quella nazional-popolare, quella definibile, semioticamente, come cultura media) se ne infischia della vita sessuale degli uomini di potere e, ammesso che se ne interessi, è sempre pronta a premiare il più spavaldo e il più coraggioso.L’antiberlusconismo è ormai morente, destinato a diventare archeologia di se stesso, e, allorché il Cavaliere sarà lontano dalla scena politica, ci si chiede che fine faranno i suoi nemici pieni di livore che, non avendo più l’antico nemico che dava loro senso, faranno i conti con la loro essenza che non c’è.

MEDITAZIONI SULLA DEMOCRAZIA

24 Gen

5 LUGLIO 2009

Le recenti vicende sembrano invocare una riflessione dei pochi e dei molti sulla natura dello stato e sul senso della democrazia. E’ giusto riformare una carta costituzionale che non è più specchio dei tempi: serve però un’evoluzione e non un’involuzione statolatrica o governocentrica. Il Parlamento serve ancora? Naturalmente sì e serve più che mai. Il gioco degli equilibri di potere deve mantenersi intatto: la democrazia è l’effetto di un precario equilibrio tra i poteri, non un dato di partenza. Mi chiedo altresì se in questo momento storico servano governi decisionisti e unilaterali o governi di larghe intese. Siamo sicuri che in tempi oscuri come questi il decisionismo governocentrico sia da preferirsi alla mediazione interpartitica e interclassista. La fine del leaderismo coinciderà con l’eclisse di Berlusconi. D’Alema invoca la fine del leaderismo ma scongiura un ritorno alla partitocrazia. La Politica governerà, almeno in questa fase storica, l’Economia. La tigre della globalizzazione ha ritrovato colui che la tiene al guinzaglio. Meditiamo.


EFFETTO TAFAZZI PER IL PARTITO DEMOCRATICO.MEGLIO IL SORRISO DI PLASTICA

21 Gen

19 febbraio 2009

 

ImageOrmai il Partito Democratico è in pieno effetto Tafazzi, il personaggio di Aldo, Giovanni e Giacomo, noto per la sua capacità di autoinfliggersi colpi sulle parti intime. E i colpi potrebbero essere così forti che alle prossime elezioni potrebbe presentarsi un partito eunuco o castrato. Non è un male in sé che il Partito Democratico viva una crisi di identità e che veda al suo interno più anime confrontarsi e sfidarsi. L’omogeneità di idee, la compattezza decisionale, l’unione di intenti, il pensiero unico sono caratteristiche inquietanti dei partiti autocratici o leader-centrici. Il punto non è che un partito così complesso – che eredità le tradizioni cattolica e comunista – attraversi una fase di trasformazione e compia un rito catartico di rinnovamento. Il punto è che è cambiato l’elettore medio: non più legato alle ideologie forti, ondivago nelle scelte di voto, scarsamente fedele dal punto di vista partitico, sovente insoddisfatto e critico nei confronti della politica. Come se ciò non bastasse, molti risultati elettorali sono condizionati proprio dagli elettori indecisi (che sono ormai “legione” per dirla in termini evangelici) che assumono scelte di voto per effetto di molteplici suggestioni e motivazioni. Proprio il voto emotivo, irrazionale, quello dato più con la pancia che con il cervello, facilmente condizionabile dalla bontà comunicativa della campagna elettorale, si sta rivelando il nodo cruciale di qualsiasi tenzone politica.

 

Un tale elettore è sempre determinante nella vittoria finale e tende a premiare quelle proposte politiche omogenee e decisioniste. La progressiva estinzione di elettori medi ideologizzati fa sì che gli elettori scelgano la chiarezza, la decisione e la persuasività comunicativa dell’offerta politica. Senza voler peccare di snobismo intellettuale, il modello di elettore medio italiano appare preoccupante: siamo ormai dinanzi a un individuo che fa scelte politiche come se facesse zapping col telecomando. Ma questo è lo stato dell’arte. Non a caso le vittorie elettorali sono sempre più vittorie di marketing elettorale. La fedeltà leggera dell’elettore medio si conquista molto più con la banal-politik che con la real-politik. Presso atto della mutazione genetica dell’homo elector e del declino dell’ideologia come fattore chiave della politica, non resta che spostare il discorso sul piano comunicativo.

 

Se crisi dev’esserci, che almeno avvenga nelle segrete stanze, senza lavacri purificatori pubblici e senza cassandre che rilasciano dichiarazioni ai media a ogni piè sospinti. Il reality della crisi dovrebbe terminare o, quanto meno, avvenire nel retrobottega del partito. L’elettore medio non comprende e non gradisce assistere al travaglio di un partito: un elettore degli anni ‘70 avrebbe sofferto con pathos e partecipato alla Via Crucis del Partito Democratico, ma un elettore postmoderno legge in tale golgota solo un desolante spettacolo di debolezza e di indecisione a tutto.

Quanto fin qui detto varrà finché il Cavaliere sarà ancora in sella. Una volta scomparso Berlusconi dalla scena per motivi anagrafici, tutto potrebbe cambiare. Potrebbe iniziare il declino della concezione “leaderistica” della politica che farebbe da prologo al ritorno dei vecchi schemi politici. La rinascita di un grande centro cattolico verso il quale defluirebbero ex PDL ed ex PD; la ricostituzione di una sinistra social-riformista; la permanenza di entità politiche autonomiste (Lega, MPA e via dicendo). Ma in attesa dell’ennesima palingenesi, i leader del PD farebbero bene a flagellarsi nelle cripte del partito e a mostrare, sui media, sorrisi di plastica.

 Franco Forchetti


LA PROFEZIA DEL VELTRO(NI), L’AMALGAMA BLOB E LA PARTITOGONIA

21 Gen

13 febbraio 2009

La profezia del Veltro(ni), l’amalgama blob e la partitogonia

 

 

 

« Molti son li animali a cui s’ammoglia

e più saranno ancora, infin che’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno

là ove ‘nvidia prima dipartilla. »

 

Inferno, I, 100-111

 

 

 


La profezia (mancata) del Veltro (ni) e la fine del laederismo

La maledizione del grande traghettatore ha colpito ancora. Era già accaduto ad Achille Occhetto, l’uomo della svolta della Bolognina, del passaggio traumatico dal PCI al PDS, delle lacrime del rito di transizione. Pur essendo stato il leader comunista più coraggioso e più lungimirante dell’ultimo ventennio, Occhetto fu presto pensionato e dimenticato. Ora la maledizione ha colpito Walter Veltroni. Colui che più di tutti aveva cullato, in tempi non sospetti, l’idea della nascita del Partito Democratico e che ne aveva, come una nutrice solerte, accompagnato i primi vagiti, ora esce di scena. Lo tsunami – non previsto dai sondaggi – è giunto dalle coste della lontana Sardinia dove Cappellacci, anch’egli scelto e benedetto da Sua Emittenza il Cavaliere, il “Chiodi sardo” come qualcuno aveva detto, distrugge i sogni di gloria peninsulare di Mr. Tiscali Soru che accarezzava il sogno di una sfida nazionale a Berlusconi. Che la fine di Veltroni e del veltronismo fosse nell’aria da diversi mesi, è noto a tutti. Cronaca di un fallimento annunciato. Che, però, non è da imputare a Walter, poiché il suo progetto è stato sabotato dall’interno.

Ma, come giustamente sostiene l’enfant prodige del PD Matteo Renzi, Presidente della Provincia di Firenze e vincitore plebiscitario delle primarie per la candidatura a sindaco di Firenze, mai momento fu meno opportuno. Tanto valeva – dice Renzi – che Veltroni rimanesse a guidare il partito fino alle elezioni europee, evitando il vuoto di potere che rischia di portare o ad una reggenza provvisoria o ad una rielezione del segretario. Il Veltro(ni) che doveva scacciare la Lupa è stata invece scacciato a sua volta.

L’amalgama blob che inghiotte Veltroni

Non vi è dubbio che la resa di Walter sia dovuta più ai conflitti intestini del PD che alle sconfitte elettorali. La profezia dell’Amalgama (questa entità misteriosa nata per semplice addizione di ex ds ed ex margherita), pronunciata da Massimo D’Alema, si compie e non pochi temono che dall’amalgama, che ha fagocitato Veltroni come un blob, si generi una scissione che potrebbe riesumare ds e margherita. Il ritorno dei morti viventi. Una prima considerazione è che non c’è mai il giusto tributo a chi, come Veltroni e Occhetto, assume su di sé il fardello del comando e della trasformazione, impegnandosi nel doloroso rito di transizione da un’eredità politica a una nuova formazione. La nascita del partito Democratico della Sinistra, la successiva trasformazione nei DS, la fusione a freddo con la Margherita per dare vita al Partito Democratico, un sogno americano che doveva essere trapiantato in Italia e che, paradossalmente, nell’era Obama, avrebbe dovuto trovare un moltiplicatore di consensi. Un oceano separa un mondo dove il Partito Democratico scopre la nuova frontiera della politica, il new deal neo-roosveltiano di Obama, e un paese alla periferia dell’impero (Italia) dove il PD è un neonato soffocato nella culla. Ma da chi è stato soffocato il bambino democratico?

Effetti della fusione a freddo

Le fusioni a freddo fanno nascere sovente “mostri”. La svolta della Bolognina era stata una scelta dolorosa e lancinante poiché si trattava di rinnegare una parte dell’identità storica e della simbolica del PCI per dar vita ad una creatura nuova di sinistra ma postcomunista. Dopo che per decenni comunisti e democristiani si erano combattuti e sfidati, in pochi mesi e per ragioni di mera strategia elettorale, due mondi vengono rinnegati e miscelati in nome del sogno “americano” del Partito Democratico. Senza conflitti, senza dolori, senza un vero congresso che stabilisse le scelte fondamentali del nuovo partito. Nessuno ha mai chiarito come mettere d’accordo il laicismo di sinistra con il cattolicesimo militante, come conciliare le diverse istanze bioetiche, come far dialogare ancora nello stesso partito Don Camillo e Peppone. Del resto non è stato mai ben chiaro perché in Italia si sia dovuto rinunciare con troppa facilità a una tradizione liberale e socialista che pure è presente nelle altre democrazie occidentali. Siamo sicuri che sia stato salutare perdere tali eredità politiche in nome di organismi che hanno solo la finalità di funzionare come macchine per il consenso? I partiti non dovrebbero essere qualcosa di più che semplici macchine di consenso?

Neo- partitogonia. La fine del leaderismo e la palingenesi dei partiti

Interrogativi inquietanti e apparentemente oziosi vorticano nella mente. Sono più importanti gli uomini o i partiti? Contano le idee o gli uomini che le realizzano? All’Italia servono le leadership carismatiche o le classi dirigenti valide?

Avremmo dovuto già apprendere in Italia che non esistono e non servono uomini della provvidenza. Né a destra né a sinistra.

Fa male chi vuole delegittimare Berlusconi come politico e statista perché negli Usa esiste una letteratura politologica a giudizio della quale il Cavaliere è indicato come colui che ha cambiato la politica italiana, dominandola a fasi alterne nell’arco di 15 anni. Il Cavaliere è riuscito a introdurre un nuovo stile di comunicazione nella politica, a ricucire lo strappo tra il paese e le istituzioni attraverso un nuovo modello di interazione con gli elettori. Ma lo attende la sfida più difficile: quella di cambiare il paese in senso liberale, di attuare le riforme e di restituire floridezza economica al sistema. Non si può dire che la congiuntura internazionale lo abbia favorito sia perché nel 2001 la caduta delle torri gemelle aprì una fase di crisi e di instabilità mondiale sia perché, in questo annus horribilis, sta per abbattersi sul paese la peggiore crisi occupazionale del cinquantennio. Dovrà governare controvento, orzando, come si dice in gergo velico. Veltroni, d’altro canto, avrebbe potuto attendere fino a Primavera: centinaia di migliaia di italiani saranno senza lavoro e probabilmente scenderanno nelle piazze, le formazioni di sinistra radicale riprenderanno vigore e il PD potrebbe avere gioco facile nel cavalcare la crisi a fini elettorali. La crisi potrebbe incrinare la fiducia nel governo molto più di quanto non riescano a incrinarla gli oppositori politici.

Il leaderismo come ricerca compulsiva di un leader carismatico che dia senso alla politica è solo una reazione di fronte alla paura. Cercare il buon pastore politico evidenzia solo lo smarrimento del gregge. Non mi auguro che il PDL e il PD nascano e si rafforzino nel segno dei leader fondatori e spero che tali partiti divengano vere e proprie culture politiche che possano sopravvivere ai leader che di volta in volta le rappresenteranno. Che cosa accadrà al PDL allorché Berlusconi lascerà, per ragioni di età, la politica? Siamo sicuri che nel frattempo il PDL sia in grado di esprimere una compiuta carta dei valori, una cultura politica e una classe dirigente che sopravvivano al carisma e alla forza del Cavaliere? E lo stesso dilemma colpisce il PD. E’ vero, da un lato, che Veltroni è il leader carismatico e fondatore del PD, ma nessuno pensava ragionevolmente di farlo durare 15 anni. Tuttavia un conto è affermare la necessità del turn-over politico nel lungo periodo (che scongiuri il pericolo di sclerotizzare un leader) e un conto è “rottamarlo” in fretta e furia, nonostante il risultato elettorale di Veltroni sia stato tutt’altro che negativo. Tanto più che la sua idea di partito aveva il merito di essere chiara e ben definita, lontana dall’oscuro disegno di camuffare da liberal-democratica una formazione che si vuole, in realtà, social-democratica e nemmeno tanto post-comunista.

Almeno dal punto di vista tattico, come sostiene Renzi, sarebbe stato più sensato rimanere almeno fino alle elezioni di Primavera, senza gettare il partito nel caos e offrire all’opinione pubblica l’immagine di un corpo politico in disfacimento.

Sappiamo che il leaderismo è figlio di leggi elettorali maggioritarie che hanno fatto digerire al paese che si governa meglio se c’è un leader. Sarebbe opportuno ripensare la cultura del leaderismo e reintrodurre l’idea del buon governo degli uomini illuminati. A volte per andare avanti bisogna tornare indietro.

Franco Forchetti

DA ELUANA AL QUIRINALE. IL PAESE, I MEDIA E LA COSCIENZA

20 Gen


Parafrasando John Lennon che diceva che la vita è quello che ti succede mentre fai altri progetti, possiamo dire che la politica prende strade che non immaginava di imboccare mentre faceva altri progetti. Cosa accade dunque in questo principio di 2009, in questo annus horribilis di crisi economica e di sconforto nazionale?

La risposta è semplice. Accade di tutto. E tutto accade in modo veloce pronto ad essere consumato, metabolizzato e dimenticato. E’ l’effetto frullato dei media. Chi si occupa di mezzi di comunicazione sa che esiste un fenomeno, chiamato agenda setting, secondo il quale i media stabiliscono gli argomenti e i temi di cui tutti noi dobbiamo parlare. In altri termini, i problemi posti dai media diventano i nostri problemi. E dalle stanze della tv i temi dell’agenda setting scendono nei bar e negli autogrill del paese.

E così tutti noi, alle nostre tavole o al bar, parliamo di Eluana, della vita, della morte, di Berlusconi e del Presidente della Repubblica, di decreti legge, di crisi economica, di Mentana che si dimette perché il Grande Fratello purtroppo fa più ascolti della vicenda Englaro. E tutti noi facciamo fatica a trovare il bandolo della matassa e a trovare il filo rosso di queste vicende che fanno tremar le vene e i polsi.

Il problema che mi pongo non è tanto quello di entrare nel merito di tali fatti che hanno occupato i media negli ultimi giorni, quanto quello di capire il rapporto che c’è tra il paese e i media medesimi. E’ sempre la comunicazione al centro di tutto. Anche se non ce ne accorgiamo, ma, non a caso, i media sono anche “persuasori occulti”. Solo che non devono persuadere su alcunché di predeterminato perché i media non complottano ma frullano e miscelano.

Ma facciamo ordine negli eventi. Entriamo nel 2009 inincipiente crisi economica e con un paese alle corde. Berlusconi sa che, nonostante il governo goda del consenso dell’opinione pubblica, il vero spettro da temere è la disoccupazione dilagante che rischia di portare in piazza migliaia di persone tra primavera ed autunno. E le elezioni di Primavera si giocheranno anche su questo fronte. Ed è sensato credere che il Governo dovrà agire su più scenari se vuol mantenere autorevolezza e gradimento nel paese. Il problema è che sembrerebbe che convenga non stabilire delle priorità poiché giova al Governo non essere misurabile su una sola sfida ma su sfide multiple. In altri termini se io, governando, mi gioco tutto sulla sfida della ripresa e dell’occupazione, rischio di vincere o perdere tutto in quella sfida. Se, invece, io dico al paese che occorre combattere la crisi economica, realizzare il federalismo fiscale, proporre la riforma della giustizia, rivoluzionare la pubblica amministrazione, ventilare riforme costituzionali in senso presidenziale, aumento le probabilità che in qualche sfida esca vincitore. Credo, però, che sia una virtù di questo governo la capacità di essere riformistico e decisionista in modo multipolare, ma ciò non esclude che forse occorrerebbe una strategia riformistica meno compulsiva e più spalmata nel tempo.

Ed è in questo vortice di riforme annunciate e poste in essere che si giunge alla vicenda Englaro. Non penso che Berlusconi fosse in malafede e volesse strumentalizzare tale vicenda per scatenare, come qualcuno ha ipotizzato, un attacco al Colle, ma ritengo che il Cavaliere, come spesso gli accade nel bene e nel male, abbia agito d’istinto, in modo emotivo, come appunto un cavaliere medievale che vuol salvare una vita, quella di Eluana. E non credo che Berlusconi sia stato così machiavellico da pensare che ergendosi a paladino della vita avrebbe aumentato il suo consenso nel paese. Lo ha fatto, assecondando il suo istinto, la sua intelligenza emotiva, la sua etica ed il risultato è stato, al di là delle intenzioni, quello di diventare nell’immaginario collettivo il Presidente della Vita. Non credo nemmeno che con il suo decreto legge volesse mettere in difficoltà il Quirinale e creare un antecedente che potesse giustificare una futuribile campagna di riforma presidenziale. Ha fatto un decreto ipotizzando che il Colle lo avrebbe controfirmato. Così non è stato. E ciò ha generato il malcelato conflitto istituzionale. Ora i problemi sostanziali che tali vicende pongono sono i seguenti: un problema giuridico-istituzionale (un decreto legge può opporsi ad una sentenza della magistratura? esiste una gerarchia delle leggi?); un problema giuridico-sostanziale (il caso Englaro solleva una problematica che non può essere demandata ai giudici ma che ha bisogno di una sistemazione normativa); un problema etico (dove inizia e dove finisce la vita? Può qualcuno altro decidere per la nostra vita?); un problema medico (dove finisce la terapia e inizia l’accanimento terapeutico?); un problema socio-assistenziale (come assistere e sostenere le centinaia di famiglie che devono accudire persone che versano nelle medesime condizioni di Eluana); un problema culturale (qual è la legge migliore in uno stato laico che storicamente e culturalmente è anche culla del cattolicesimo? Come convivono laicismo e pensiero cristiano nel cittadino italiano? ).

Poche volte era accaduto che la triste vicenda di una paziente in stato vegetativo si trasformasse nel conflitto tra istituzioni, rispolverando l’antica diatriba tra morale laica e cristiana, e divenisse, addirittura, luogo di scontro tra maggioranza e opposizione in ordine alla difesa della costituzione e della democrazia.

Ma fin qui parliamo della sostanza dei problemi in gioco. Il mondo della comunicazione non è interessato al nocciolo della questione e non ha tempo a disposizione per affrontare temi così complessi. Esso fagocita, metabolizza e restituisce tutto con il suo essere onnivoro al di là del bene e del male: esso proietta nella mente e nell’immaginario del cittadino medio un caleidoscopio di fatti. Il Cavaliere che polemizza col Quirinale ergendosi a difensore di una vita, il Partito Democratico che insorge contro il Presidente del Consiglio paventando un attacco alla Costituzione, la Lega che difenda la legge delle leggi, Fini che prende le distanze da Berlusconi, un Oscar Luigi Scalfaro che si mostra preoccupato per la democrazia,  la sfida intellettuale tra i fautori della Vita e i fautori della buona morte, Mentana che si indigna perché il Grande Fratello non viene interrotto in nome dell’audience, il problema del testamento biologico. Francamente troppo per ciascuno di noi. Non abbastanza per il Media-Mondo che ci suggerisce ciò che dobbiamo pensare e ciò di cui dobbiamo parlare. Almeno per qualche giorno. Poi esso cambierà argomenti e detterà l’agenda del nostro cervello.

Franco Forchetti