Archivio | febbraio, 2012

La pizzica della Rivoluzione. Il “vendola” del nord

15 Feb

19 maggio 2011

 
Senza voler fare della politologia all’amatriciana e sapendo che bisognerebbe, a mente fredda, esaminare i flussi di voto per poter delineare un quadro eziologico della rivoluzione politica che le recenti elezioni amministrative hanno determinato, provo a disegnare – assecondando quel guessing istinct teorizzato dal semiologo Peirce – un polittico della politica italiana all’indomani del voto amministrativo. Lascio ai politologi e agli storici il difficile compito di una disamina più articolata e più documentata dell’ennesima rivoluzione elettorale.
Chi vince alla fine della partita amministrativa?

Non certo il PD che non decolla nei consensi. Vince Vendola, carismatico affabulatore e portatore di un vento nuovo, fatto di parole e di passioni, un pasoliniano che non si arrende a un modello borghese-mortifero e che lancia nell’agone un gentleman, quale Pisapia, che tutto sembra tranne che un pasoliniano. Ma questa non è stata solo la vittoria di un galantuomo simpatico ed ironico, bensì il trionfo di un leader – Vendola appunto – che ha costruito un partito “emozionale” che ha circa l’8 % del consenso nazionale. I comunisti, così lungamente evocati da Berlusconi, si sono materializzati, ma non hanno né l’aspetto di vetusti nostalgici della cortina di ferro né appaiono grigi leninisti: essi sembrano, semmai, gaudenti ed energici interpreti di un pensiero postmarxista e poststrutturalista, interpreti di un vitalismo antiborghese e antisistemico che ha più di Leopardi e Nietzsche che di Marx e Mao Tse Tung.  E’ ovvio che Pisapia, senza il retroterra vendoliano, non sarebbe stato vincente.

Chi perde? Non Berlusconi che, dopo una così lunga stagione di battaglie endogene e giudiziarie, non poteva attendersi affermazioni eclatanti. Perde, semmai, Tremonti perché arretra quella Lega nord che da sempre lo sostiene e lo indica come leader in pectore nel dopo Berlusconi. Perde un Tremonti che, pur se intellettuale lucido ed economista saggio, è costretto, per motivi elettorali, a tirare la volata elettorale alla Lega, sventolando temi ormai esangui come la paura dell’immigrato e dell’Islam. Se la Lega fosse avanzata nei consensi a detrimento del PDL, essa avrebbe potuto reclamare a gran voce la successione tremontiana: ma, alla luce di questo esito sconfortante, Tremonti rimane al palo, tanto più che la futuribile e pesante manovra fiscale, di cui sarà latore, non lo renderà particolarmente amabile agli occhi dei contribuenti.
Una notte dei lunghi coltelli attende un PDL dove leaders, per troppo tempo negletti e messi in ombra, come Formigoni, reclamano differenti dinamiche decisionali dentro un partito che non ha mai fatto un congresso. Veltroni assiste al declino del suo progetto di partito democratico autosufficiente e sganciato dalla sinistra radicale. Torna a vincere semmai un modello Prodi al contrario nel quale le locomotive sono SEL e IDV. Perde il “moderatismo” di governo del PDL che non è stato né un partito liberal-liberista di destra né un partito welfare oriented, scontentando, da un lato, imprese e privati, dall’altro, impiegati ed operai. Perdono, dunque, i partiti tradizionali e moderati. Vincono i partiti “passionali”, i partiti della protesta, i partiti dell’antipolitica che, più degli altri, paiono saper interpretare un voto giovanile (ma non solo) che torna ad essere protagonista.

Sul tema del terzo polo, ha ragione Sartori: non c’è ancora in Italia un humus elettorale che possa sancire l’affermazione di una terza polarità politica. Il nostro rimane ancora un sistema caratterizzato dal pluralismo polarizzato: pur nella frammentarietà delle formazioni politiche, le scelte di fondo rimangono ancora bipolari e antitetiche. Tra l’altro tre supermoderati assieme (come Casini, Rutelli e Fini) sono davvero “troppo” per un elettore postmoderno che ha bisogno, pur sempre, di un pizzico di passione e di invito pugnace all’agone politico.

La comunicazione politica apprende una nuova lezione: quella dell’incapacità crescente di prevedere esiti elettorali e flussi di voto. Troppe sorprese e una rivoluzione non annunciata sono il segno che molti schemi di lettura sociosemiotica del pensiero “elettorale” sono inadeguati. D’altronde anche la scienza politica, come ogni scienza che si rispetti, ha bisogno di teorie e contro teorie, di conferme e di smentite. Una teoria politica sarà tanto più scientifica quanto più falsificabile. L’Italia, nel bene e nel male, rimane il laboratorio politico più interessante del mondo. Perché il nuovo vento del nord è stato generato da un vento del sud: dal vento vendoliano che dalla Puglia spira sull’intero paese e dal vento di un De Magistris che si afferma contro ogni previsione e malgrado nemici interni ed esterni. La rivoluzione ha il ritmo della pizzica.
Franco Forchetti

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Filosofia e prassi di un manager “umano troppo umano” Pier Luigi Celli: dal pensiero critico della governance al vitalismo manageriale

15 Feb



10 maggio 2011
L’umanesimo non è morto. All’alba, nella frescura della prima visione, quando   il mondo non è ancora contaminato dalle logiche dell’uomo macchina, efficiente e performante, è possibile udire le parole di Erasmo da Rotterdam, di Pico della Mirandola, di Orazio e di Leopardi. Nella società della techne e dell’homo aeconomicus esse risuonano come echi di una remota landa dell’anima ma non così lontana da non poter essere riattraversata, in un  viaggio à rebours nella “matrice” della nostra cultura. Il sogno baconiano non ha oscurato la lucida follia erasmiana e non ha cancellato il vitalismo di Leopardi.
Quando si leggono i libri di Pierluigi Celli, si ha la sensazione di imbattersi in un umanista che non grida nel deserto ma che è entrato, come Giona, nel ventre della balena (una inquietante melvilliana balena bianca presaga del mondo della nuda tecnocrazia), insinuandosi nei gangli della macchina-impresa per oliarne le giunture. Da umanista-manager Celli non si limita a spiegare come far funzionare meglio il moloch-impresa ma sogna di renderla “umana, troppo umana”: non già per indebolirla ma per sincronizzarla con un ambiente mutevole nel quale il fattore di sopravvivenza non è, come spiega Galimberti nella postfazione all’Illusione manageriale (Celli 1997), il “fare tecnico” o lo “specialismo” ma l’apertura verso la socialità, la capacità di comprendere il potente “mondo della vita”. La trasformazione dell’impresa in un modello autoreferenziale, specialistico e tecnicistico ha reso miopi le aziende, rendendole fragili e poco adatte a interpretare, con un decision making life oriented, l’ambiente circostante. Utilizzando un glossario luhmaniano, si potrebbe affermare che le imprese, sotto-sistemi del sistema economia, hanno amplificato il loro grado di complessità autoreferenziale reagendo ai mutamenti dell’ambiente proprio attraverso l’accrescimento di complessità. Per Luhmann (Luhmann, De Giorgi 1992) è inevitabile che quello dell’economia sia un sistema autopoietico che non “comunica” affatto con l’ambiente: in fondo la posizione del sociologo tedesco non è molto dissimile da quella del filosofo Hobbes che, come ricorda lo stesso Galimberti, scrive:

“Se si conoscessero con egual misura le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometrie, sarebbero debellate l’ambizione e l’avidità, il cui potere si appoggia sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e all’ingiusto, e la razza umana godrebbe di una pace costante” (De cive, epistula dedicatoria, cit. da Galimberti, in Celli 1997: 139-140)

Purtuttavia quelle di Luhmann e di Hobbes rischiano di essere le cornici filosofiche e metodologiche che racchiudono la nascita di una “politica” (intesa come luogo delle decisioni) che risponde soltanto alle regole da essa stessa generate e che non riesce più a concepire fini dihumanitas, di benessere e di felicità rispetto ai quali le regole medesime devono fungere da mera techne.

“E’, se vogliamo, una questione di nuove sensibilità. Il loro sviluppo, sul versante sociale,etico e politico, consente di inquadrare il governo di un sottosistema economico (quello dell’impresa) nell’ambito di una popolazione di sottosistemi che entrano necessariamente in interazione. (..) E qui si pone direttamente il problema di che tipo di management serve meglio questo mutamento di scenario, tenuto conto che l’ampliamento dei punti di vista spinge verso responsabilità di “governo” e non semplicemente di “amministrazione” settoriale” (Celli 1997: XI).

Non si dà potere che non si fondi sulla lingua. E Celli intuisce che la povertà e l’autoreferenzialità del glossario manageriale sono segnacoli di una debolezza strutturale dell’impresa. Non soltanto “abbondanza di mezzi” e “incertezza di fini”, ma anche una lingua povera e debole, specchio di un pensiero debole. Del resto, scrive Celli, “i poteri forti nascono quando i pensieri sono deboli”:

“L’impressione che l’impresa si stia adattando a questa povertà linguistica è supportata dalla scarsità di produzione autonoma di cultura manageriale che non ripeta moduli, stilemi e linguaggi di importazione” (Celli 1997: 10).

Pauperismo linguistico e ipertrofia del “managerialese”  rappresentano i limiti epistemologici e comunicativi dell’impresa postmoderna che si chiude nella turris eburnea di una lingua-praxis sterile e autoreferenziale. E’ necessario, secondo Celli,
lasciare che aria nuova soffi sui vecchi giochi, che il mondo della vita irrompa negli specialismi dei glossari e delle scienze dell’amministrazione, che le imprese si facciano interpretanti della postmodernità, che l’azienda divenga una “compagnia della conoscenza”, una tolkeniana compagnia dell’anello (Forchetti 2006) in grado di attraversare una terra di mezzo dove Apollo e Dioniso costituiscono le due polarità competitive: la razionalità e il vitalismo. Celli preferisce, in tale senso, evocare una suggestione gnostica:

“Per tradizione noi abbiamo imparato a (o ci è stato consigliato di) mettere il “noto in vasi chiusi”: presidiare la posizione e non aprire varchi a suggestioni minacciose. Qui, interpretando la difficile arte dell’abbandono senza fuga, soccorre invece la metafora gnostica che invita a “rompere i vasi”. Il futuro non sarà più così garantito, ma in compenso avremo molti buoni passati da ricordare” (Celli 1997: 113).

Solo uno humanistic manager[1]poteva scegliere come epigrafe introduttiva al suo libro La generazione tradita una lunga citazione dallo Zibaldone di Leopardi nella quale il poeta recanatese – filosofo-poeta per dirla tutta, al pari di Nietzsche che affianca alla volontà di potenza i ditirambi di Dioniso – identifica quella “materia vivissima” che è “l’ardore giovanile”, “cosa naturalissima, universale, potentissima”. Essa, ignorata dai politici e dai reggitori dello stato, continua ad operare in modo anarchico e, non utilizzata dai maggiorenti, “serpeggia e divora sordamente come un fuoco elettrico”, pronta a conflagrare in “temporali, in tremuoti”.

D’altronde lo stesso Galimberti, nel libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007), sostiene che la forza vitale e intellettuale dei giovani è destinata a dissiparsi perché essi non sono coinvolti nelle decisioni per lo stato e per la comunità: inattivi, inascoltati, trascurati, i ventenni di oggi, l’apogeo del bios intellettuale, costituiscono una comunità negletta, governata da una gerontocrazia conservatrice e reazionaria.
Ma il saggio di Celli non si accontenta di elaborare la diagnosi del male oscuro né si propone di purificare la cattiva coscienza dei padri mediante una confessione catartica. E’ un libro scritto di pancia, all’indomani della famosa lettera al figlio pubblicata su Repubblica, per la quale Celli aveva subito l’accusa di essere un benpensante che, sebbene appartenente all’establishment, tesseva discorsi “giovanilisti” contro il Potere delle vecchie generazioni. Tuttavia è innegabile che operare all’interno di un sistema di potere con funzioni dirigenziali non significa necessariamente esserne schiavi “acefali”, poiché si può giocare una partita di innovazione anche stando dentro i centri vitali, cambiandoli per via endogena. In altri termini essere uno di potere non esclude di poter essere critici o iconoclasti.

Le rivoluzioni vere – ed è la lezione di Tocqueville e dell’abate Barruel – le fanno sempre le classi dirigenti allorché provano ad autoriformarsi. Il pensiero critico di Celli è anche un pensiero autocritico e ciò lo mette al riparo dall’accusa di essere un “luterano” che fa la morale agli altri pur essendo egli stesso membro della confraternita. La generazione intellettuale che, dalla rive gauche, aveva proclamato la società del desiderio, l’immaginazione al potere, la lotta al conformismo, le linee di fuga e di deterritorializzazione (Deleuze e Guattari), il situazionismo (Debord, Vaneigem), vive oggi un’aurea senilità, scrive sui giornali e governa, sovente, media e politica. Mentre sull’opposto della rive gauche, il pensiero cattolico, universalistico e un tempo welfare oriented, è, oggi, in ritirata, asservito al dogma della società flessibile, stregato dai monetaristi di Friedman e dai teorici delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione: il nuovo moderatismo si preoccupa unicamente di tenere i conti in ordine e di ridurre spesa pubblica e debito, senza più un orizzonte di sogno, un’utopia sociale e intellettuale. Chi ha fallito veramente? I rivoluzionari di un tempo si sono imborghesiti e frequentano i salotti buoni, mentre i conservatori moderati cattolici sono usciti dal grembo di Santa Romana Chiesa – che pur aveva rappresentato, nei primi 50 anni della repubblica, un paradigma di sviluppo socio-sostenibile – facendo apostasia silenziosa della dottrina sociale della chiesa. Non a caso Celli cita, ad un certo punto, le parole di un salesiano che insisteva sulla necessità di non deludere coloro che si aspettano qualcosa da noi.

Ed è il senso delle “virtù elementari, deboli nel loro appeal mediatico” e incardinate intorno alla famiglia, alla scuola, al comunitarismo, premesse morali indispensabile a quel sapere indiziario – che Celli evoca spesso – che solo può divenire bussola per la complessità. Ricorre spesso nel suo libro l’evocazione del sapere indiziario che costituisce un paradigma interpretativo e decisionale anche per le imprese nella società della complessità. Il sapere indiziario nasce con i cacciatori primitivi che fiutano le tracce della preda, si affina con i medici ippocratici che osservano i sintomi per individuare le cause della malattia (semeiotica medica), si struttura in scienza dell’investigazione e si offre persino ai critici d’arte che nel particolare individuano la paternità dell’opera. Un sapere indiziario che, come scriverebbe Eco, non è figlio dell’albero di Porfirio ma è figlio del rizoma di Deleuze e Guattari: è un modello forte nel cuore di un pensiero debole (Cfr. Eco, Sebeok 1983; Ginzburg 1986; Forchetti 2005).
L’umanesimo del manager Celli, laico sì ma rilucente di afflati mistici, invoca un’impresa che vada al di là del mito dell’efficienza gestionale e della competitività a tutti i costi e che, in un patto col diavolo al contrario, chieda indietro la sua anima, “il suo tessuto di valori fondanti” per farsi “ micro realtà sociale, una comunità di persone per le quali è essenziale trovare un equilibrio tra la dimensione economica, le preoccupazioni sociali e l’universo simbolico” (Celli 2010: 103).
Se quello di Celli è un j’accuse, ci sono dentro tutti, dall’incendiario diventato pompiere al moderato divenuto ignavo:

“Stava morendo, con gli anni, un’intera generazione di rivoluzionari riluttanti, di arditi vellica tori di visioni in “conto terzi”, arresi alla dura realtà di una società che fagocita indifferente il buono e il cattivo in nome di un progresso che va assecondato senza riserve” (Celli 2010: 44).

Meno male che Celli rifiuta la definizione di “bamboccioni” che voleva rappresentare corrivamente una generazione (o forse più generazioni) a cui viene offerto poco o nulla. La generazione di Celli, per dirla con le parole di quest’ultimo, è cresciuta in fretta, bisognosa di raggiungere un’autonomia economica perché le famiglie di provenienza non potevano garantire un sostentamento duraturo ma c’era qualcosa che oggi non c’è: il paese aspettava che questi giovani crescessero, offriva loro un mondo da conquistare. Esisteva quella mobilità sociale per la quale anche il figlio di contadini od operai avrebbe potuto far carriera (il caso di Enrico Mattei è emblematico). Il paradosso è che, oggi, ci sono così tanti giovani preparati, culturalmente e professionalmente formati, che non trovano più il naturale sbocco delle loro competenze, a meno di non riciclarsi come tornitori, cuochi o badanti, perché si è consacrato il verbo dello Stato sparagnino, della società precaria (dove il lavoro precario è pagato male e, se lo si perde, non se ne trova un altro) millantata per l’idealtipo della società flessibile dove uno dovrebbe cambiare lavoro con relativa facilità ed essere pagato meglio di un lavoratore dipendente.

Una generazione “tradita”, condannata al life long learning, ovvero ad aggiornare le proprie competenze per poter rimanere competitiva, laddove le vecchie generazioni apprendevano un kit di competenze che sarebbe rimasto pressoché intatto per l’intero arco della vita lavorativa. Ma Celli dice che i nostri figli non devono tanto condannarci per aver abiurato i nostri ideali giovanili quanto per l’indifferenza mostrata nel gestire i processi di crescita delle nuove generazioni:

“L’indifferenza degli adulti priva i giovani di un terreno essenziale (…) quello della passione, dell’emozione, dei sentimenti legati ai saperi multipli, che affinano spiriti liberi. Offrendo il senso dell’avventura e del rischio, aprono alla ricerca e portano progressivamente a un equilibrio tra effetti e intelligenza del mondo e delle cose che fa fruttare al meglio quelle sinergie vitali, così proprie dei giovani, di senso e ragione” (Celli 2010: 49).

Il fuoco vitale delle nuove generazioni è stato soffocato dall’ignavia postrivoluzionaria di una generazione che ha perduto anche la capacità di parlare, di divenire portatrice di un linguaggio articolato per un “pensiero complesso”. Chi parla male o poco, pensa poco o male. La ricchezza del nostro glossario è specchio della potenza vivificatrice della nostra mente. Ma le vecchie generazioni tacciono e, anche se non sono afasiche, balbettano un verbo stanco, incapace di tessere platonicamente nuovi miti e di scaldare i cuori di giovani che si stanno consegnando ad un troppo precoce e weberiano “disincanto del mondo”.

Per Celli “costruire un universo di senso è oggi più importante del semplice insegnamento” e ciò lo si può fare dentro quella preziosa agenzia formativa che è l’università. Il nostro autore lo dice a chiare lettere: non bisogna lasciare l’università solo in mano ai professori, rischiando che essa divenga il luogo di un sapere autoreferenziale e paludato, incapace di leggere la realtà circostante e di offrire un ponte sul mondo del lavoro e della complessità.
Si tratta di un limes problematico: lo stesso Celli aveva scritto, qualche pagina prima, che “l’università non è solo un passaggio obbligato della vita, ma anche un luogo che stimola ragionamenti, pensieri, discussioni, viaggi, decisioni spesso drastiche e in controtendenza, ma che regala forti amicizie, emozioni e soprattutto genera idee” (Celli 2010: 35). Più avanti Celli ritiene necessario rendere più funzionali le università al lavoro e alla società. Non si tratta di una contraddizione ma di un ragionamento sulla polarità di qualsiasi discorso metatestuale sull’università. Tradotto in termini brutali, si viene all’università per conquistare un sapere critico, apprendere la complessità della conoscenza e perseguire la libertà del pensiero oppure per trovare, sic et simpliciter, un lavoro?
Non si può negare ad alcuno il diritto ad un sapere che non sia necessariamente funzionale ad una professione. Il sapere è un luogo di libertà e, per questa ragione, esso postula anche la sua inutilità, almeno dal punto di vista professionale. Ma questo – obietterà qualcuno – è pura speculazione intorno ai massimi sistemi e intorno ai fini di una così veneranda istituzione. Nessuno può negare che molti si iscrivono all’università perché ciò – almeno in linea teorica – consente di trovare lavori migliori e meglio pagati (resta poi da stabilire se sia ancora così). Anche in questo caso, l’università non può correre il rischio opposto: quello di trasformarsi in una fabbrica intellettuale di futuri lavoratori. Eco scriveva che si non si va all’università per imparare quando è morto Napoleone ma per apprendere come trovare la notizia in due minuti. Perciò sembrerebbe che il telos dell’università sia quello di dare un “metodo”: un metodo di pensiero, di analisi, di organizzazione delle informazioni, di esposizione. Ed una volta appreso tale metodo, esso può essere applicato in ogni lavoro: diventa una specie di apriori kantiano che ci aiuta ad organizzare le nostre future conoscenze sul mondo. Celli, nella sua doppia anima di filosofo e manager, rimane sul limes tra l’idea dell’università come spazio libero di costruzione di un sapere critico e il progetto di un’università che serva a collocare nel futuro i giovani: e forse proprio tale ambivalenza rappresenta l’idealtipo di un modello universitario che è chiamato alla sfida della libertà intellettuale e della complessità socio-economica.
Come ogni filosofo che si rispetti, Celli non può sottrarsi a fronteggiare la Gorgone della politica. Non era forse il filosofare platonico un filosofare per concepire la repubblica ideale? Non era quello di Hobbes il tentativo di fare del corporeismo la base concettuale di un’architettura statuale che tutelasse il genere umano dalle insane passioni?
E’ insolito per un manager tessere un elogio della funzione politica poiché è luogo comune, invalso presso molti capitani d’impresa, quello di considerare la politica lo spazio della non azione, dell’ostacolo, il moloch che ostacola la libera impresa (erede forse di un pensiero alla Adam Smith che crede ancora alla mano invisibile). Ma Celli è pensatore fin troppo colto e raffinato per non notare che serve una politica che pensi di nuovo in grande, capace di disegnare scenari futuribili e di costruire le premesse del futuro. Non si dà grande futuro senza una grande politica perché il mercato non è sufficiente ad autoregolamentarsi, se è vero che il tanto celebrato libero mercato statunitense è stato salvato dal vituperato Moloch statuale, segno incontrovertibile che esiste sì una mano ma non invisibile.

Ed infine vi è, nella parte finale del libro di Celli, il problema della guida ovvero dei buoni maestri. Dall’iperfetazione di buoni e cattivi maestri che negli anni 70 condizionavano – direttamente o inconsapevolmente – il pensiero e l’agire di quelle generazioni si è giunti nel deserto delle idee e/o dei maestri. Dove sono finiti quei professori che formavano la coscienza critica e che inducevano centinaia di ragazzi ad ascoltarli senza che ci fosse bisogno di promettere crediti formativi o favoritismi di sorta? Potremmo anche accusarli di ideologismo, di indottrinamento coatto e di faziosità, ma essi erano “peripatetici” che camminavano e parlavano in mezzo ai giovani – e penso al Deleuze che fumava, sorrideva e stregava i suoi allievi in estenuanti e meravigliose lezioni (che oggi la tv ripropone in un bianco e nero che non ne ha smarrito la fascinazione). Esiste ancora il senso dell’Accademia dove il dialogo platonico con i propri allievi è evento fondante di ogni nascente cosciente dialettica? Ma, come precisa Celli, non è necessario che tali maestri siano professori, perché anche i poeti e i filosofi “non laureati”, come scriverebbe Montale, parlano alla nostra mente di visionari mancati e di coraggiosi paralizzati.
C’è bisogno – dice Celli – di qualcuno che si faccia carico del destino dei giovani e che li metta in condizione di portare avanti idee e progetti: non dei grilli parlanti ma dei “buoni maestri” che riescano a “far crescere allievi non servili, qualcuno così bravo da non doversi preoccupare troppo della carriera, fino al punto che sarà impegno d’onore sostituire il maestro e perpetuarne il metodo e il sentimento di cura” (Celli 2010: 111). Non è, forse, vero d’altronde che ogni grande maestro dovrebbe sognare di essere rinnegato, ad un certo punto, dal suo allievo e non semplicemente imitato e clonato nella generazione successiva.

Non basta, secondo Celli, limitarsi a dipingere un affresco dei tempi oscuri e complessi nei quali i giovani sono destinati a vivere. Ma occorre “farsi perdonare” facendosi carico del proprio ruolo di padri portatori di saperi ed esperienze e dando vita a progetti di cooperazione con i giovani stessi, dando loro opportunità di crescita e cercando di trasmettere il senso dell’ignoto e dell’avventura. Poiché il coraggio non è assenza di paura ma ricerca faticosa del proprio Graal. Celli non lo evoca ma sembra che, in fondo, il modello proiettivo di questa generazione debba essere, paradossalmente, un modello archetipico. E’ ancora Odisseo, l’eroe dal multiforme ingegno, narratore seducente e inventore di “vie d’uscita”, viaggiatore impavido che non dimentica la “casa” (la tradizione, il retroterra), l’archetipo più fecondo per una generazione condannata (o consacrata?) ad attraversare le colonne d’Ercole di una storia che, tutt’altro che finita (come voleva Fukuyama), attende nuovi navigatori.
Qualche maligno penserebbe che, in fondo, il libro di Celli si colloca in un genere fin troppo frequentato dagli scrittori: quello della lettera-libro ai propri figli reali o virtuali. Umberto Eco, in Diario minimo, scrive una bella lettera al figlio Stefano nella quale il semiologo scrive:

(…) E ti insegnerò a giocare guerre molto complesse, in cui la verità non sta mai da una parte sola (…) Ti sfogherai, nei tuoi anni giovani, ti confonderai un poco le idee, ma ti nasceranno lentamente delle persuasioni (Eco 1963: 121)

Mentre Franco Ferrucci scriveva nel 1989 una Lettera a me stesso ragazzo, uno straordinario viaggio in quella terra di confine della propria anima dove si intrecciano miti, infanzia, senso della vita e spirito religioso. In ogni caso, sono libri che, pur parlando a un ipotetico bambino o ragazzo, prendono la forma di un protrettico, di un’esortazione all’esercizio di una Vita filosofica (e non solo).
Nel caso di Celli, il fatto che il libro nasca da una lettera rivolta al figlio e pubblicata su Repubblica è solo un modo per parlare a molti figli: è quindi un atto di confessione intergenerazionale, di “paterna” e gnostica rottura dei vasi, di costruzione di ponti emotivi e intellettuali tra i fondatori e i prosecutori.
Avrebbero perciò torto tali maligni a pensare che si tratta di un libro “format”, di una canonica epistola letteraria e filosofica destinata a coloro che verranno. Quello di Celli è un libro “vero” nel senso che palpita di quell’energia che i padri profondono nel momento in cui, con sofferenza e lucidità, raccontano i propri errori e le proprie grandezze, provando ad “esserci” ancora per quei figli il cui destino è stato colpevolmente ignorato dai ceti dirigenti. In fondo la generazione tradita è un libro che nasce sull’onda emotiva ed intellettuale di una lettera al figlio pubblicata da Celli su Repubblica nel 2009: è un libro che prova a spiegare, in modo analitico, squarciando il velo di Maja e rompendo ogni genere di indugio, vizi e virtù di due generazioni che oggi si fronteggiano (le vecchie generazioni ignave o, al meglio, pentite e le nuove rabbiose e deluse) e che devono, a tutti i costi, firmare un nuovo patto. Ma ciò che conta e che fa la differenza è che il libro di Celli è un protrettico contemporaneo, un’esortazione rivolta non già ai giovani ma ai padri, è il libro di chi ha scoperto (o comunque urlato ai quattro venti) la malattia e che ora si carica sulle spalle la propria croce (di responsabilità e di corresponsabilità) di adulto per redimere se stesso (un “se stesso” che assurge a capro espiatorio narrante di una generazione di padri) ma, soprattutto, per salvare il futuro. In una specie di secolare Passione al contrario, è il Padre ad immolarsi per il figlio: un’immolazione che si traduce in una lucida e sofferta autocritica generazionale che non vuol essere un mero lavacro purificatorio per “lavare più bianco” la coscienza dei padri fondatori ma che vuole offrirsi come una proposta di una nuova alleanza, di un nuovo corso dei tempi. Ed, in tal senso, questo è, fuor di dubbio, un libro di passione (e di Passione) che potrebbe avere (e l’avrà sicuramente) la forza di risvegliare qualche padre ignavo e di restituire a molti giovani il coraggio e l’ardore che San Paolo chiedeva ai seguaci di Cristo.

BIBLIOGRAFIA

Celli P. L. (1997), L’illusione manageriale, Laterza, Roma-Bari.
Celli P. L (2010), La generazione tradita, Gli adulti contro i giovani, Mondadori: Milano.
Eco U. (1963), Diario minimo, Bompiani: Milano 1988.
Eco U., Sebeok T. A. (1983), Il segno dei tre, Bompiani: Milano.
Forchetti F. (2005), Il segno e la rosa. I segreti della narrativa di Umberto Eco, Castelvecchi: Roma.
Forchetti F. (2006), La compagnia della conoscenza. Sociologia dell’organizzazione, knowledge management e comunicazione di marketing nelle organizzazioni dell’economia cognitiva, Libreria dell’Università Editrice, Pescara.
Galimberti U. (2007), L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli: Milano.
Ginzburg C. (1986), Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi: Torino.
Luhmann N., De Giorgi R. (1992), Teoria della società, Angeli, Milano

 

Franco Forchetti


[1]“E’ così che mi sono ritrovato a coniugare studi scientifici e passioni letterarie, i classici e il teatro, una laurea in economia e il gusto per la scrittura e per la politica ideale. Credo che la generazione successiva a quella di mio nonno sia diventata via via più segmentata, specializzata: inizialmente è sembrato una conquista, un arricchimento, ma ci siamo ritrovati tutti più poveri” (Celli 2010: 37)


I PROTOCOLLI DEGLI INSIPIENTI DI MEDIALANDIA PANARARI, L’ABATE BARRUEL E L’EGEMONIA PSEUDO-CULTURALE.

15 Feb



Giovedì, 31 Marzo 2011


Ci sono libri che non vogliono essere libri di mediazione o di comprensione tout court. Appartengono al genere venerando del pamphlet e del libro a tesi che possiedono, sovente, quel pathos intellettuale e quel climax retorico che sono colonne portanti della panflettistica “dura e pura”. D’altronde lo stesso autore, Massimiliano Panarari, non fa mistero del fatto che il suo sia un libro “contro”: una condanna senza attenuanti di quell’élite di creativi e di persuasori occulti (e nemmeno tanto occulti) che, applicando alla lettera la teoria gramsciana dell’egemonia culturale e andando in senso opposto ai desideri di situazionisti e di postnicciani, pur padroneggiandone le tecniche, ha creato e consolidato quella che Panarari chiama “egemonia sottoculturale”, la sovrastruttura spirituale che plasma, in un processo marxiano capovolto, le condizioni materiali dell’etere. Un vero e proprio anatema che si ipostatizza in un saggio godibilissimo e avvincente che, ben lontano dall’essere consolatorio, insinua nel lettore (anche nel suolector modello e cooperativo) un ineluttabilehorror vacui dinanzi alla descrizione di una società destrutturata e lobotomizzata dai signori dell’egemonia sottoculturale.

Il libro di Panarari ha la stessa forza intellettuale del libro dell’abate Barruel che aveva scritto le Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme: se l’abate riteneva che all’origine della Rivoluzione francese vi fosse un complotto tra filosofi illuministi, massoni e giacobini, Panarari delinea il golpe sottoculturale che affonda le radici nella filosofia situazionista e che annovera, in un esito da contrappasso dantesco, gli epigoni della “cattiva maestra televisione”. Siamo in presenza del genere di libro che sconvolge sia il lettore debole (a cui offre la sua tesi forte) sia il lettore forte (da cui esige una revisione critica). Non si può rimanere indifferenti dinanzi all’ipotesi forte di un’intera classe di creativi e intellettuali che, piegando ad usum delphini logiche e strumenti dei situazionisti, hanno tracciato le linee di un condizionamento sottoculturale. Come scrive lo stesso autore, “questa è la storia dell’ideologia neoliberale che, dall’inizio degli anni Ottanta del secolo passato, domina sostanzialmente incontrastata l’Occidente, soprattutto attraverso il suo braccio armato economico: il fondamentalismo di mercato o neoliberismo” (Massimaliano Panarari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi, Torino, 2010, p. 5). Tale ideologia neoliberale ha trovato i propri cantori (più o meno illustri) che hanno realizzato “il colpo di stato perfetto, soft e postmoderno, che, colmo dei paradossi, ha reso operative le dottrine di un gruppo di giovani, irregolarissimi e sciamannati intellettuali parigini, raccolti intorno all’Internazionale situazionista, i quali (…), nei lontani anni Sessanta, teorizzavano la rivoluzione e l’insurrezione” da attuarsi mediante “una penetrazione silenziosa ed entrista – ispirata, non a caso, a Trotsky – nei mezzi di comunicazione e di produzione culturale di massa” per condurre a termine una vera e propria strisciante rivoluzione culturale (Ibidem, p. 4).
L’egemonia culturale della sinistra non divenne mai una “contro egemonia popolare capace di scalzare quella in essere, al servizio delle élitesdominanti e del capitalismo”. Cosicché ciò ha favorito la vittoria degli “Altri”, dei nuovi sacerdoti del disimpegno e del libero mercato che hanno realizzato una egemonia sulla “filosofia popolare” (Ibidem, p. 19): costoro hanno dato inizio, negli anni Ottanta, alla lunga stagione (ancora in corso) del riflusso e del disimpegno, allorché in Italia, in modo estemporaneo e brusco, dalla panpoliticizzazione (ovvero dalla contaminazione da parte del discorso politico di ogni aspetto della vita quotidiana e intellettuale) si transitò verso un modello edonistico-disimpegnato che rifiutò, quasi per rigetto, l’approccio culturale. Ed ebbe inizio ciò che Panarari definisce come la “controrivoluzione televisiva” nella quale la tv, più che produrre qualcosa di nuovo, “rassicura e consola”, avverando la profezia popperiana della tv cattiva maestra, compiendo la mutazione antropologica, teorizzata da Pasolini, capace di omologare e depauperare la realtà sociale del paese e ponendo in essere le previsioni dei francofortesi. La tv diviene, secondo Panarari, il luogo del postmoderno più deleterio nel quale un medesimo dna accomuna elementi apparentemente eterogenei: dal labile solipsismo dell’uomo postmoderno messo in scena da Drive inall’anarchismo libertario teorizzato da Nozick, dalla rivoluzione conservatrice di Reagan al craxismo come apertura (anti-intellettualistica) verso la tv commerciale in nome del primato della libertà e della società civile all’individualismo metodologico statunitense che trova uno dei propri profeti in quel Frierich von Hayek avversario del keynesismo.

Il merito del saggio di Panarari non è tanto quello di offrirci sapidi, impietosi e inquietanti ritratti dei post-situazionisti (talora inconsapevoli) dell’egemonia sottoculturale (dall’intellettuale organico del nazionalgossip Alfonso Signorini al situazionista “proditorio” Antonio Ricci, dalla De Filippi a Simona Ventura) quanto quello di tracciare le linee di convergenza tra fenomeni politici, mediali e di costume che delineano, più che delle direzioni storiche, delle linee di tendenza. Proprio l’onda lunga che ci conduce dai situazionisti parigini ai guru della neotelevisione postmoderna, attraverso l’iperfetazione ideologica degli anni Settanta e il disimpegno degli anni Ottanta, passando attraverso modelli socio-economici in evoluzione verso forme neoliberistiche e solipsistiche, costituisce il vero centro del saggio, l’energia ctonia che, attraverso i decenni, ha reso possibili sia ladecerebralizzazione delle masse sia le grandi crisi economico-finanziare. Tanto forte è la tesi di Panarari che si potrebbe pensare che il nostro autore coltivi il sospetto – mai dichiarato a chiare lettere – che vi sia una sorta di Spectre che guida le sorti di politica, società e cultura, una Agartha sotterranea dove si decide il destino dell’universo mondo (compreso l’universo parallelo dei media). L’impressione è che Panarari scriva una specie diProtocolli degli insipienti di Medialandia, una postmoderna rivisitazione delle memorie dell’abate Barruel che punta l’indice contro un complotto diuturno nel quale un filo rosso lega le multinazionali, vituperate dai movimenti operaisti degli anni 60, alle fabbriche contemporanee dell’industria culturale.

Il paragone con il libro dell’Abate Barruel non è casuale. Non perché Panarari creda davvero che la contemporaneità mediale sia il frutto di un complotto ultradecennale ordito da capitalisti e sacerdoti dell’etere: l’autore è intellettuale fin troppo raffinato per poter far propria una tesi così arditamente “cospirazionista”. Panarari vuole, invece, combattere, con un libro divertente ma “duro”, ludico ma spietato, un sistema socio-medial-culturale, insinuando nel lettore – senza, però, dirlo apertis verbis – il sospetto di essere all’interno di un “complotto” silenzioso. In fondo è una tecnica situazionista che Panarari utilizza sfruttando, paradossalmente, quell’attitudine tipicamente contemporanea, già diagnostica da Eco nei Limiti dell’interpretazione, posta in essere dagli “adepti del velame” pronti a individuare complotti (o a inventarne di sana pianta) ad ogni latitudine e in ogni tempo . Cavalcando perciò quell’irrazionalismo della cultura di destra, da Panarari ricondotta anche all’editoria adelphiana (“santa sacntorum del trasgressivo irrazionalismo da combattimento e della ‘gaia apocalisse’), l’autore  gioca con l’ago ipodermico per far credere che si è dentro una macchinazione da Spectre. In questo senso il libro è, al contempo, diagnosi e cura, tecnica di lettura della contemporaneità e tecnica di lotta, saggio documentato e serrato ma anche pamphletmalizioso.

Del resto quella che l’autore muove è un’accusa di vero e proprio parricidio: la tv ha ucciso la cultura alta. Fino al parossismo per cui una qualsiasi show girl è preferita come opinionista a un filosofo. E l’ha uccisa anche perché cultura alta e cultura popolare si sono sempre più confuse. Del resto molti intellettuali italiani avevano già sdoganato la cultura popolare, dichiarando che la cultura di un paese è fatta di tante cose, compreso le trasmissioni televisive. Se tutto è cultura, allora finisce che la cultura alta è condannata a divenire un luogo tedioso e poco frequentato. Ma, in questo caso, Panarari dovrebbe accusare non soltanto la “pop culture” di destra ma anche quell’intellighenzia di sinistra che, celebrando il feuilleton, il romanzo d’appendice, la fiction e i fumetti, ha costruito un modello allargato di enciclopedia culturale. Più che di parricidio si dovrebbe parlare di suicidio della cultura alta che, proprio nel tentativo di autoriformarsi o svecchiarsi, ha  aperto le porte ai barbari della neotelevisione postmoderna. D’altronde Umberto Eco scrive che “quella che oggi viene sbrigativamente chiamata cultura di sinistra era in verità una cultura laica, liberale, azionista, persino crociana” (Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Milano, Bompiani, 2006-07, p. 162) e che nell’università erano cattolici e laici a spartirsi i concorsi. Che poi la cultura laica e di sinistra godesse di maggiore diffusione presso le giovani generazioni, era semmai capacità di fascinazione. Se, in ambito cattolico, la filosofia si dibatteva, un po’ stancamente, tra neotomisti e spiritualisti di origine gentiliana, la filosofia laica pasteggiava Marx, i neopositivisti logici, Heidegger, Sartre, Wittgenstein (e questi testi li leggevano anche i cattolici). Ed è indubbio che “questa cultura laica (…) ha certamente stabilito una egemonia e ha sedotto insegnanti e studenti. E quando egemonie del genere si stabiliscono, non si distruggono a suon di decreti” (Ibidem, p. 163).  Del resto – continua Eco – il partito comunista aveva più fiducia della Dc nel progetto della battaglia culturale. Cosicché i rappresentanti di questo pensiero critico di sinistra hanno meglio interpretato lo spirito del tempo occupando i posti chiave dell’editoria, della cultura e dellaRai.
Il semiologo alessandrino demolisce il luogo comune che vorrebbe il mondo culturale dominato dalla cultura di sinistra e individua il vero “spirito dei tempi”:

Se l’egemonia culturale si valutasse a peso, avrei l’impressione che la cultura dominante sia mistica, tradizionalista, neospiritualista, new age, revisionista. Mi pare che la televisione di stato dedichi molto più spazio al Papa che a Giordano Bruno, a Fatima che a Marzabotto, a Padre Pio che a Rosa Luxembug. Nei mass-media circolano ormai più templari che partigiani (Ibidem, p. 165).

Quell’irrazionalismo, serpeggiante nell’allora ghettizzata cultura di destra, di cui scrive Panarari, è ora divenuto irrazionalismo di moda, culto della dietrologia esoterica, fascino seriale dell’occulto, fabbrica televisiva di programmi su misteri veri e presunti. L’egemonia sottoculturale prende le forme dell’egemonia pseudo-culturale, dell’irrazionalismo modaiolo che le nuove élitesintellettuali usano per confezionare prodotti culturali di fascinazione sul pubblico degli “adepti del velame” (dai libri sul mito di Atlantide ai programmi sulle profezie Maja), divenendo i segni dell’avvento di un pensiero credulo, tutt’altro che critico.

E’ che dagli anni 60 ad oggi alla cultura del libro (inteso come pratica propria dei giovani di formarsi su una biblioteca di testi critici) si è sostituita una cultura dell’immagine televisiva e del sapere “pressappochistico” e frammentario deinew media (qualsiasi indagine sociologica mostrerebbe che un giovane di 20 anni negli anni 70 aveva letto più libri di saggistica (e probabilmente non solo di saggistica) di quanti ne abbia letti un suo coetaneo nel 2010). Il declino della biblioteca (non tanto come istituzione quanto come insieme dei libri che plasmano il rito di formazione di un individuo), a vantaggio di una babelica, frammentaria e debole infoteca tele-internettiana, spiega come l’egemonia sottoculturale abbia potuto agire con maggiore forza.

Ma il libro di Panarari non si fonda solo su unapars destruens. Vi è anche un orizzonte di speranza che prelude ad una exit strategyculturale. In realtà Panarari è così inquietato dal regime ircocervo dell’egemonia sottoculturale da provare a  immaginare campi di resistenza e azioni di sabotaggio culturale.  Panarari non sembra confidare nelle forze della storia che, pur sembrando sopite, si manifestano, improvvisamente, per mutare scenari e condizioni che apparivano cristallizzati. Tanto che il suo libro si chiude con una sorta di appello alla “resistenza” intellettuale, una chiamata alle “armi” (armi culturali beninteso) per chiunque non si riconosca nel regime ircocervo.
Io credo, invece, che la fine della storia, teorizzata da Fukuyama, non era che “un nuovo inizio”, un apparente stallo geopolitico pronto a deflagrare in nuovi eventi e linee di sviluppo. Senza cadere in un neostoricismo hegeliano e senza voler confidare nel trionfo finale di uno Spirito più “culturale” e che “sottoculturale”, le variabili demografiche, socio-economiche e culturali sono così ampie ed effervescenti da annunciare nuove linee di fuga, deterritorializzazoini deleuziane capaci di generare nuove semiotiche della realtà. La primavera araba costituisce un esempio di come le nuove generazioni mussulmane, ben lontane dall’essere legate ad un Islam oscurantista e tutt’altro che narcotizzate dalla cultura digitale, hanno saputo resistere all’omologazione culturale, ponendo in essere forme di resistenza al potere (reale e mediale).

E’ necessario, secondo Panarari, rileggere la figura dell’intellettuale come un neo-resistente culturale in grado di andarsi a riprendere gli spazi del dibattito culturale, contaminando coloro che lo ascoltano e lo seguono. Ed è, altresì, ineluttabile far propria la lezione di Derrida che esortava, nel 1966, ad una pedagogia del difficile e del complesso secondo la quale i media non devono aver paura di formare il loro destinatario proponendogli sentieri ardui di conoscenza, senza cadere nella trappola della semplificazione del discorso e del depauperamento culturale. Del resto non è forse una lezione derridiana quella di un Benigni che incolla al video milioni di italiani recitando Dante e commentando a Sanremo l’inno di Mameli? L’educazione alla complessità rappresenta un viatico pedagogico irrinunciabile per formare quelle che Morin chiamava le “teste ben fatte”. E “una testa ben fatta” potrebbe aver voglia di guardarsi il Grande Fratello o l’Isola dei famosi per curiosità, per spirito ludico o, semplicemente, per sentirsi “stupido” almeno per qualche minuto, magari nelle pause pubblicitarie dell’Infedele di Lerner: del resto McLuhan aveva compreso che i media sono fruiti anche come “rumore” di fondo, come “terapia” sensoriale, senza necessariamente innescare il nostro desiderio di contenuti o formazione.

Lo scrittore Luciano De Crescenzo, ad una giornalista che gli chiedeva un’opinione sulGrande Fratello, disse che una sua zia era rimasta sola perché i nipoti non andavano più a farle visita. Cosicché tale zia diceva di guardare con piacere il Grande Fratello perché i ragazzi delreality erano divenuti come i nipoti (virtuali) che lei non vedeva più. Il senso della storia è che la tv serve a molte cose, anche a rendere meno solitarie certe esistenze. Non è grave che ci sia unGrande Fratello se può rallegrare una vecchietta sola. E’ grave, invece, che sia il Tg5 a occuparsi del Grande Fratello oppure che Matrix vi costruisca una puntata: ciò è il segno di una proditoria contaminazione di generi che serve a fare audience ma che impedisce alle teste meno “ben fatte” di discernere saggiamente tra informazione e intrattenimento, generando il processo diseducativo. Nell’ancienne querelle tra apocalittici e integrati, il libro di Panarari ha i toni dell’apocalisse giovannea e gli aspri giudizi delle lettere paoline: si può dissentire, in alcuni punti, dal suo radicalismo ma è indubbio che i libri radicali sono necessari affinché anche gli integrati possano rivedere e correggere le loro posizioni.

Franco Forchetti


I LOMBARDI ALL’ULTIMA CROCIATA (PARTE II)

15 Feb


 

I LOMBARDI ALL’ULTIMA CROCIATA

15 Feb

30 novembre 2009

 

 

BENIGNI, LA LINGUA E LA NAZIONE

15 Feb

BENIGNI, LA NAZIONE E LA LINGUA. VERSO LA TRIADE CHIESA, CULTURA E COMUNICAZIONE

15 Feb

13 gennaio 2011

Guarda anche il videoblog su Youtube

http://www.youtube.com/watch?v=R0cseZtbVsk
*La riflessione che segue prende lo spunto dalla lettura di un pezzo di Michele Mezza che si interrogava sul tema della patria difeso da una cultura di sinistra che, per molti decenni, è stata più internazionalista che nazionalista.

Non meraviglia che sia proprio Benigni l’Ultimo dei Patrioti. Ma più in senso linguistico che morale. La lingua italiana non è che il dialetto toscano, derivato dal latino volgare e diffusosi sul territorio della penisola. Ma la lingua italiana è parlata dalle élites, dalla tv e dai doppiatori cinematografici (come suggerì acutamente il buon Flaiano). Per il resto imperano dialetti e slang. Fatta l’Italia, abbiamo fatto gli Italiani?
In senso linguistico sì, nonostante i limiti sopraccitati. Nel senso della coscienza collettiva di una storia comune e della condivisione di valori, principi ed etica, assolutamente no. Storici, politologi e sociologi non riescono più a negare il fatto che non sia mai esistito un senso di nazione: forse tale senso abitava nei sogni e nelle velleità delle élites che hanno costruito l’Italia, ma non nelle “masse”. La guerra di liberazione dal nazifascismo avrebbe potuto essere l’alba di uno stato-nazione riconciliato e finalmente unito in un’etica pubblica condivisa e in una prospettiva di evoluzione. Invece fu l’inizio della spartizione ideologica dell’espressione geografica “Italia”: da un lato la cultura comunista, più innamorata della Resistenza che della palingenesi della patria “Italia”, internazionalista e antinazionalista, che ebbe, almeno da principio, il punto di riferimento di una Unione Sovietica ateo-burocratizzata e che mise in pratica la teoria gramsciana dell’occupazione dei luoghi strategici della cultura (scuola, università): dall’altro la cultura cattolica, universalistica per definizione,  scarsamente attratta da ogni discorso sulla Nazione e preoccupata, principalmente, di combattere l’anticlericalismo di sinistra e di attuare una modernizzazione “atlantica” del paese. Nel contesto di una tale bipolarismo ideologico e di una democrazia bloccata, l’idea di nazione è stata coltivata per decenni solo da alcune formazioni politiche minoritarie di estrema destra.

Tutto è rimasto sostanzialmente in questo modo finché la caduta del Muro di Berlino e il declino internazionale dell’ideologia comunista non hanno posto le premesse per la rivoluzione italiana. Alla fine degli anni ’80 il sistema dei partiti entra in crisi, anche per colpa della nascita di un movimento localistico (la Lega lombarda) anti-centralista e anti-nazionalista . E’ il sociologo Roberto Cartocci a ricordarci che il voto politico degli italiani è stato, nella Prima Repubblica, o un voto di appartenenza (il voto dato alle identità subculturali ovvero ai cosiddetti partiti chiesa) o un voto di scambio: in pochi casi si trattava di un voto di opinione (intesa come libera e consapevole scelta). Sartori ha utilizzato l’espressione “pluralismo polarizzato” per indicare, appunto, una frammentazione dello scenario partitico italiano che si è polarizzato, però, intorno alla dialettica destra-sinistra.
Nella Seconda Repubblica, eclissatosi il partito-chiesa della DC e indebolitosi ideologicamente l’altro partito-chiesa del PCI, il voto di appartenenza fu, inizialmente, intercettato dalla Lega che si fece interprete di una nuova sedicente identità subculturale a carattere localistico.
Le vicende di Tangentopoli determinano il crollo dei principali partiti della Prima Repubblica, eccezion fatta per la Lega e per il PCI che si trasforma in PDS. Il cattolicesimo universalistico non ha più il partito di riferimento (la DC) e il voto cattolico si disperde, mentre gli eredi del PCI sono costretti a de-ideologizzarsi per inseguire nuove geometrie politico-valoriali. Secondo l’opinione di un teologo, dotato di grande acume politico, Gianni Baget Bozzo, la vittoria di Forza Italia nel 1994 non può essere spiegata soltanto con  il potente apparato mediatico messo in campo da Berlusconi, ma anche con il fatto che il progetto politico di “Forza italia” evocava, pur non configurandosi come un movimento neo-patriottico o neo-nazionalista, l’’idea di nazione (lo stesso nome del partito, mutuato da una vecchia campagna elettorale della DC, evocava una realtà politico-valoriale che voleva essere nazionale e, al contempo, nemica del concetto di partito-chiesa leviatano). A quel punto in Italia – che rappresenta il laboratorio politico più interessante del mondo proprio perché erede di una storia complessa e frammentaria – si configura un assetto geopolitico insolito: Berlusconi sdogana quella destra patriottica che era rimasta ai margini della Prima Repubblica, diventando il mediatore machiavellico tra la cultura leghista, localistica e secessionista, e la cultura nazionalista di Alleanza nazionale, mentre Forza Italia continua a giocare il ruolo di partito anti-partitocratico, aziendalista ed efficientista. Più che la dialettica destra-sinistra, che connotava il pluralismo secolarizzato della Prima Repubblica, la storia politica più recente sembra strutturarsi intorno al binomio nord-sud: proprio la frattura socio-economica tra nord e sud, nodo irrisolto della storia italiana, rappresenta la chiave di volta dei futuri sviluppi politico-economici dell’Italia. Allo stato dell’arte, quella Forza Italia, nata per recuperare quello spirito di patria-nazione, sembra aver perduto ogni velleità “nazionale” e unificatrice essendo stato costretta ad appiattirsi sulle posizioni anti-patriottiche della Lega nord, mentre il neonato Polo della Nazione e il Partito Democratico rilanciano il messaggio “unitario” e “patriottico”, in un’insolita alleanza sul tema dello stato-nazione. La battaglia elettorale – come dimostra Benigni – si giocherà anche sul terreno della cultura nazionale, sull’evocazione della storia e delle vicende che hanno caratterizzato la storia d’Italia dal Risorgimento ai giorni nostri. Ma quali potrebbero essere i fattori di aggregazione e di rilancio dello spirito “nazionale” dopo un così lungo periodo di logoramento sui temi del federalismo, del secessionismo e della contrapposizione tra nord e sud? D’altronde come Gad Lerner notava nella puntata dell’Infedele del 7 marzo 2011, il nodo irrisolto della Lega è proprio quello di continuare a giocare sul doppio binario, essendo sia partito di governo (che tiene in piede l’alleanza con Berlusconi e che persegue un progetto federalista) sia partito di lotta (perché non ha mai smesso di coltivare l’utopia secessionista).
Forse – ma è una sfida tutta da giocare – la soluzione potrebbe essere nelle 3 C: cultura, chiesa e comunicazione. La Cultura chiama a raccolta le migliori intelligenze del paese, i nostri intellettuali più lucidi, gli attori più impegnati (come Benigni) per un’operazione di rieducazione (non spocchiosa) ai valori e ai principi di una storia culturale e politica per troppi anni negletta. La Chiesa finirà con l’essere – in un una funzione paradossalmente salvifica nel cuore di uno stato laico – un punto di riferimento per l’universalismo cristiano e per la capacità di instillare il senso dell’etica e del bene comune. Ed infine la Comunicazione (giornali, tv, internet, ecc) che dovrà rinunciare, almeno in parte, alle logiche dell’audience e della pubblicità per farsi strumento di acculturazione e di formazione dell’ethos. Nessun Minculpop, beninteso, ma solo un progetto integrato e condiviso per la costruzione di un orizzonte intellettuale e morale per uno stato-nazione che ha bisogno ancora dei suoi cantori.

Franco Forchetti