Filosofia e prassi di un manager “umano troppo umano” Pier Luigi Celli: dal pensiero critico della governance al vitalismo manageriale

15 Feb



10 maggio 2011
L’umanesimo non è morto. All’alba, nella frescura della prima visione, quando   il mondo non è ancora contaminato dalle logiche dell’uomo macchina, efficiente e performante, è possibile udire le parole di Erasmo da Rotterdam, di Pico della Mirandola, di Orazio e di Leopardi. Nella società della techne e dell’homo aeconomicus esse risuonano come echi di una remota landa dell’anima ma non così lontana da non poter essere riattraversata, in un  viaggio à rebours nella “matrice” della nostra cultura. Il sogno baconiano non ha oscurato la lucida follia erasmiana e non ha cancellato il vitalismo di Leopardi.
Quando si leggono i libri di Pierluigi Celli, si ha la sensazione di imbattersi in un umanista che non grida nel deserto ma che è entrato, come Giona, nel ventre della balena (una inquietante melvilliana balena bianca presaga del mondo della nuda tecnocrazia), insinuandosi nei gangli della macchina-impresa per oliarne le giunture. Da umanista-manager Celli non si limita a spiegare come far funzionare meglio il moloch-impresa ma sogna di renderla “umana, troppo umana”: non già per indebolirla ma per sincronizzarla con un ambiente mutevole nel quale il fattore di sopravvivenza non è, come spiega Galimberti nella postfazione all’Illusione manageriale (Celli 1997), il “fare tecnico” o lo “specialismo” ma l’apertura verso la socialità, la capacità di comprendere il potente “mondo della vita”. La trasformazione dell’impresa in un modello autoreferenziale, specialistico e tecnicistico ha reso miopi le aziende, rendendole fragili e poco adatte a interpretare, con un decision making life oriented, l’ambiente circostante. Utilizzando un glossario luhmaniano, si potrebbe affermare che le imprese, sotto-sistemi del sistema economia, hanno amplificato il loro grado di complessità autoreferenziale reagendo ai mutamenti dell’ambiente proprio attraverso l’accrescimento di complessità. Per Luhmann (Luhmann, De Giorgi 1992) è inevitabile che quello dell’economia sia un sistema autopoietico che non “comunica” affatto con l’ambiente: in fondo la posizione del sociologo tedesco non è molto dissimile da quella del filosofo Hobbes che, come ricorda lo stesso Galimberti, scrive:

“Se si conoscessero con egual misura le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometrie, sarebbero debellate l’ambizione e l’avidità, il cui potere si appoggia sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e all’ingiusto, e la razza umana godrebbe di una pace costante” (De cive, epistula dedicatoria, cit. da Galimberti, in Celli 1997: 139-140)

Purtuttavia quelle di Luhmann e di Hobbes rischiano di essere le cornici filosofiche e metodologiche che racchiudono la nascita di una “politica” (intesa come luogo delle decisioni) che risponde soltanto alle regole da essa stessa generate e che non riesce più a concepire fini dihumanitas, di benessere e di felicità rispetto ai quali le regole medesime devono fungere da mera techne.

“E’, se vogliamo, una questione di nuove sensibilità. Il loro sviluppo, sul versante sociale,etico e politico, consente di inquadrare il governo di un sottosistema economico (quello dell’impresa) nell’ambito di una popolazione di sottosistemi che entrano necessariamente in interazione. (..) E qui si pone direttamente il problema di che tipo di management serve meglio questo mutamento di scenario, tenuto conto che l’ampliamento dei punti di vista spinge verso responsabilità di “governo” e non semplicemente di “amministrazione” settoriale” (Celli 1997: XI).

Non si dà potere che non si fondi sulla lingua. E Celli intuisce che la povertà e l’autoreferenzialità del glossario manageriale sono segnacoli di una debolezza strutturale dell’impresa. Non soltanto “abbondanza di mezzi” e “incertezza di fini”, ma anche una lingua povera e debole, specchio di un pensiero debole. Del resto, scrive Celli, “i poteri forti nascono quando i pensieri sono deboli”:

“L’impressione che l’impresa si stia adattando a questa povertà linguistica è supportata dalla scarsità di produzione autonoma di cultura manageriale che non ripeta moduli, stilemi e linguaggi di importazione” (Celli 1997: 10).

Pauperismo linguistico e ipertrofia del “managerialese”  rappresentano i limiti epistemologici e comunicativi dell’impresa postmoderna che si chiude nella turris eburnea di una lingua-praxis sterile e autoreferenziale. E’ necessario, secondo Celli,
lasciare che aria nuova soffi sui vecchi giochi, che il mondo della vita irrompa negli specialismi dei glossari e delle scienze dell’amministrazione, che le imprese si facciano interpretanti della postmodernità, che l’azienda divenga una “compagnia della conoscenza”, una tolkeniana compagnia dell’anello (Forchetti 2006) in grado di attraversare una terra di mezzo dove Apollo e Dioniso costituiscono le due polarità competitive: la razionalità e il vitalismo. Celli preferisce, in tale senso, evocare una suggestione gnostica:

“Per tradizione noi abbiamo imparato a (o ci è stato consigliato di) mettere il “noto in vasi chiusi”: presidiare la posizione e non aprire varchi a suggestioni minacciose. Qui, interpretando la difficile arte dell’abbandono senza fuga, soccorre invece la metafora gnostica che invita a “rompere i vasi”. Il futuro non sarà più così garantito, ma in compenso avremo molti buoni passati da ricordare” (Celli 1997: 113).

Solo uno humanistic manager[1]poteva scegliere come epigrafe introduttiva al suo libro La generazione tradita una lunga citazione dallo Zibaldone di Leopardi nella quale il poeta recanatese – filosofo-poeta per dirla tutta, al pari di Nietzsche che affianca alla volontà di potenza i ditirambi di Dioniso – identifica quella “materia vivissima” che è “l’ardore giovanile”, “cosa naturalissima, universale, potentissima”. Essa, ignorata dai politici e dai reggitori dello stato, continua ad operare in modo anarchico e, non utilizzata dai maggiorenti, “serpeggia e divora sordamente come un fuoco elettrico”, pronta a conflagrare in “temporali, in tremuoti”.

D’altronde lo stesso Galimberti, nel libro L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007), sostiene che la forza vitale e intellettuale dei giovani è destinata a dissiparsi perché essi non sono coinvolti nelle decisioni per lo stato e per la comunità: inattivi, inascoltati, trascurati, i ventenni di oggi, l’apogeo del bios intellettuale, costituiscono una comunità negletta, governata da una gerontocrazia conservatrice e reazionaria.
Ma il saggio di Celli non si accontenta di elaborare la diagnosi del male oscuro né si propone di purificare la cattiva coscienza dei padri mediante una confessione catartica. E’ un libro scritto di pancia, all’indomani della famosa lettera al figlio pubblicata su Repubblica, per la quale Celli aveva subito l’accusa di essere un benpensante che, sebbene appartenente all’establishment, tesseva discorsi “giovanilisti” contro il Potere delle vecchie generazioni. Tuttavia è innegabile che operare all’interno di un sistema di potere con funzioni dirigenziali non significa necessariamente esserne schiavi “acefali”, poiché si può giocare una partita di innovazione anche stando dentro i centri vitali, cambiandoli per via endogena. In altri termini essere uno di potere non esclude di poter essere critici o iconoclasti.

Le rivoluzioni vere – ed è la lezione di Tocqueville e dell’abate Barruel – le fanno sempre le classi dirigenti allorché provano ad autoriformarsi. Il pensiero critico di Celli è anche un pensiero autocritico e ciò lo mette al riparo dall’accusa di essere un “luterano” che fa la morale agli altri pur essendo egli stesso membro della confraternita. La generazione intellettuale che, dalla rive gauche, aveva proclamato la società del desiderio, l’immaginazione al potere, la lotta al conformismo, le linee di fuga e di deterritorializzazione (Deleuze e Guattari), il situazionismo (Debord, Vaneigem), vive oggi un’aurea senilità, scrive sui giornali e governa, sovente, media e politica. Mentre sull’opposto della rive gauche, il pensiero cattolico, universalistico e un tempo welfare oriented, è, oggi, in ritirata, asservito al dogma della società flessibile, stregato dai monetaristi di Friedman e dai teorici delle “magnifiche sorti e progressive” della globalizzazione: il nuovo moderatismo si preoccupa unicamente di tenere i conti in ordine e di ridurre spesa pubblica e debito, senza più un orizzonte di sogno, un’utopia sociale e intellettuale. Chi ha fallito veramente? I rivoluzionari di un tempo si sono imborghesiti e frequentano i salotti buoni, mentre i conservatori moderati cattolici sono usciti dal grembo di Santa Romana Chiesa – che pur aveva rappresentato, nei primi 50 anni della repubblica, un paradigma di sviluppo socio-sostenibile – facendo apostasia silenziosa della dottrina sociale della chiesa. Non a caso Celli cita, ad un certo punto, le parole di un salesiano che insisteva sulla necessità di non deludere coloro che si aspettano qualcosa da noi.

Ed è il senso delle “virtù elementari, deboli nel loro appeal mediatico” e incardinate intorno alla famiglia, alla scuola, al comunitarismo, premesse morali indispensabile a quel sapere indiziario – che Celli evoca spesso – che solo può divenire bussola per la complessità. Ricorre spesso nel suo libro l’evocazione del sapere indiziario che costituisce un paradigma interpretativo e decisionale anche per le imprese nella società della complessità. Il sapere indiziario nasce con i cacciatori primitivi che fiutano le tracce della preda, si affina con i medici ippocratici che osservano i sintomi per individuare le cause della malattia (semeiotica medica), si struttura in scienza dell’investigazione e si offre persino ai critici d’arte che nel particolare individuano la paternità dell’opera. Un sapere indiziario che, come scriverebbe Eco, non è figlio dell’albero di Porfirio ma è figlio del rizoma di Deleuze e Guattari: è un modello forte nel cuore di un pensiero debole (Cfr. Eco, Sebeok 1983; Ginzburg 1986; Forchetti 2005).
L’umanesimo del manager Celli, laico sì ma rilucente di afflati mistici, invoca un’impresa che vada al di là del mito dell’efficienza gestionale e della competitività a tutti i costi e che, in un patto col diavolo al contrario, chieda indietro la sua anima, “il suo tessuto di valori fondanti” per farsi “ micro realtà sociale, una comunità di persone per le quali è essenziale trovare un equilibrio tra la dimensione economica, le preoccupazioni sociali e l’universo simbolico” (Celli 2010: 103).
Se quello di Celli è un j’accuse, ci sono dentro tutti, dall’incendiario diventato pompiere al moderato divenuto ignavo:

“Stava morendo, con gli anni, un’intera generazione di rivoluzionari riluttanti, di arditi vellica tori di visioni in “conto terzi”, arresi alla dura realtà di una società che fagocita indifferente il buono e il cattivo in nome di un progresso che va assecondato senza riserve” (Celli 2010: 44).

Meno male che Celli rifiuta la definizione di “bamboccioni” che voleva rappresentare corrivamente una generazione (o forse più generazioni) a cui viene offerto poco o nulla. La generazione di Celli, per dirla con le parole di quest’ultimo, è cresciuta in fretta, bisognosa di raggiungere un’autonomia economica perché le famiglie di provenienza non potevano garantire un sostentamento duraturo ma c’era qualcosa che oggi non c’è: il paese aspettava che questi giovani crescessero, offriva loro un mondo da conquistare. Esisteva quella mobilità sociale per la quale anche il figlio di contadini od operai avrebbe potuto far carriera (il caso di Enrico Mattei è emblematico). Il paradosso è che, oggi, ci sono così tanti giovani preparati, culturalmente e professionalmente formati, che non trovano più il naturale sbocco delle loro competenze, a meno di non riciclarsi come tornitori, cuochi o badanti, perché si è consacrato il verbo dello Stato sparagnino, della società precaria (dove il lavoro precario è pagato male e, se lo si perde, non se ne trova un altro) millantata per l’idealtipo della società flessibile dove uno dovrebbe cambiare lavoro con relativa facilità ed essere pagato meglio di un lavoratore dipendente.

Una generazione “tradita”, condannata al life long learning, ovvero ad aggiornare le proprie competenze per poter rimanere competitiva, laddove le vecchie generazioni apprendevano un kit di competenze che sarebbe rimasto pressoché intatto per l’intero arco della vita lavorativa. Ma Celli dice che i nostri figli non devono tanto condannarci per aver abiurato i nostri ideali giovanili quanto per l’indifferenza mostrata nel gestire i processi di crescita delle nuove generazioni:

“L’indifferenza degli adulti priva i giovani di un terreno essenziale (…) quello della passione, dell’emozione, dei sentimenti legati ai saperi multipli, che affinano spiriti liberi. Offrendo il senso dell’avventura e del rischio, aprono alla ricerca e portano progressivamente a un equilibrio tra effetti e intelligenza del mondo e delle cose che fa fruttare al meglio quelle sinergie vitali, così proprie dei giovani, di senso e ragione” (Celli 2010: 49).

Il fuoco vitale delle nuove generazioni è stato soffocato dall’ignavia postrivoluzionaria di una generazione che ha perduto anche la capacità di parlare, di divenire portatrice di un linguaggio articolato per un “pensiero complesso”. Chi parla male o poco, pensa poco o male. La ricchezza del nostro glossario è specchio della potenza vivificatrice della nostra mente. Ma le vecchie generazioni tacciono e, anche se non sono afasiche, balbettano un verbo stanco, incapace di tessere platonicamente nuovi miti e di scaldare i cuori di giovani che si stanno consegnando ad un troppo precoce e weberiano “disincanto del mondo”.

Per Celli “costruire un universo di senso è oggi più importante del semplice insegnamento” e ciò lo si può fare dentro quella preziosa agenzia formativa che è l’università. Il nostro autore lo dice a chiare lettere: non bisogna lasciare l’università solo in mano ai professori, rischiando che essa divenga il luogo di un sapere autoreferenziale e paludato, incapace di leggere la realtà circostante e di offrire un ponte sul mondo del lavoro e della complessità.
Si tratta di un limes problematico: lo stesso Celli aveva scritto, qualche pagina prima, che “l’università non è solo un passaggio obbligato della vita, ma anche un luogo che stimola ragionamenti, pensieri, discussioni, viaggi, decisioni spesso drastiche e in controtendenza, ma che regala forti amicizie, emozioni e soprattutto genera idee” (Celli 2010: 35). Più avanti Celli ritiene necessario rendere più funzionali le università al lavoro e alla società. Non si tratta di una contraddizione ma di un ragionamento sulla polarità di qualsiasi discorso metatestuale sull’università. Tradotto in termini brutali, si viene all’università per conquistare un sapere critico, apprendere la complessità della conoscenza e perseguire la libertà del pensiero oppure per trovare, sic et simpliciter, un lavoro?
Non si può negare ad alcuno il diritto ad un sapere che non sia necessariamente funzionale ad una professione. Il sapere è un luogo di libertà e, per questa ragione, esso postula anche la sua inutilità, almeno dal punto di vista professionale. Ma questo – obietterà qualcuno – è pura speculazione intorno ai massimi sistemi e intorno ai fini di una così veneranda istituzione. Nessuno può negare che molti si iscrivono all’università perché ciò – almeno in linea teorica – consente di trovare lavori migliori e meglio pagati (resta poi da stabilire se sia ancora così). Anche in questo caso, l’università non può correre il rischio opposto: quello di trasformarsi in una fabbrica intellettuale di futuri lavoratori. Eco scriveva che si non si va all’università per imparare quando è morto Napoleone ma per apprendere come trovare la notizia in due minuti. Perciò sembrerebbe che il telos dell’università sia quello di dare un “metodo”: un metodo di pensiero, di analisi, di organizzazione delle informazioni, di esposizione. Ed una volta appreso tale metodo, esso può essere applicato in ogni lavoro: diventa una specie di apriori kantiano che ci aiuta ad organizzare le nostre future conoscenze sul mondo. Celli, nella sua doppia anima di filosofo e manager, rimane sul limes tra l’idea dell’università come spazio libero di costruzione di un sapere critico e il progetto di un’università che serva a collocare nel futuro i giovani: e forse proprio tale ambivalenza rappresenta l’idealtipo di un modello universitario che è chiamato alla sfida della libertà intellettuale e della complessità socio-economica.
Come ogni filosofo che si rispetti, Celli non può sottrarsi a fronteggiare la Gorgone della politica. Non era forse il filosofare platonico un filosofare per concepire la repubblica ideale? Non era quello di Hobbes il tentativo di fare del corporeismo la base concettuale di un’architettura statuale che tutelasse il genere umano dalle insane passioni?
E’ insolito per un manager tessere un elogio della funzione politica poiché è luogo comune, invalso presso molti capitani d’impresa, quello di considerare la politica lo spazio della non azione, dell’ostacolo, il moloch che ostacola la libera impresa (erede forse di un pensiero alla Adam Smith che crede ancora alla mano invisibile). Ma Celli è pensatore fin troppo colto e raffinato per non notare che serve una politica che pensi di nuovo in grande, capace di disegnare scenari futuribili e di costruire le premesse del futuro. Non si dà grande futuro senza una grande politica perché il mercato non è sufficiente ad autoregolamentarsi, se è vero che il tanto celebrato libero mercato statunitense è stato salvato dal vituperato Moloch statuale, segno incontrovertibile che esiste sì una mano ma non invisibile.

Ed infine vi è, nella parte finale del libro di Celli, il problema della guida ovvero dei buoni maestri. Dall’iperfetazione di buoni e cattivi maestri che negli anni 70 condizionavano – direttamente o inconsapevolmente – il pensiero e l’agire di quelle generazioni si è giunti nel deserto delle idee e/o dei maestri. Dove sono finiti quei professori che formavano la coscienza critica e che inducevano centinaia di ragazzi ad ascoltarli senza che ci fosse bisogno di promettere crediti formativi o favoritismi di sorta? Potremmo anche accusarli di ideologismo, di indottrinamento coatto e di faziosità, ma essi erano “peripatetici” che camminavano e parlavano in mezzo ai giovani – e penso al Deleuze che fumava, sorrideva e stregava i suoi allievi in estenuanti e meravigliose lezioni (che oggi la tv ripropone in un bianco e nero che non ne ha smarrito la fascinazione). Esiste ancora il senso dell’Accademia dove il dialogo platonico con i propri allievi è evento fondante di ogni nascente cosciente dialettica? Ma, come precisa Celli, non è necessario che tali maestri siano professori, perché anche i poeti e i filosofi “non laureati”, come scriverebbe Montale, parlano alla nostra mente di visionari mancati e di coraggiosi paralizzati.
C’è bisogno – dice Celli – di qualcuno che si faccia carico del destino dei giovani e che li metta in condizione di portare avanti idee e progetti: non dei grilli parlanti ma dei “buoni maestri” che riescano a “far crescere allievi non servili, qualcuno così bravo da non doversi preoccupare troppo della carriera, fino al punto che sarà impegno d’onore sostituire il maestro e perpetuarne il metodo e il sentimento di cura” (Celli 2010: 111). Non è, forse, vero d’altronde che ogni grande maestro dovrebbe sognare di essere rinnegato, ad un certo punto, dal suo allievo e non semplicemente imitato e clonato nella generazione successiva.

Non basta, secondo Celli, limitarsi a dipingere un affresco dei tempi oscuri e complessi nei quali i giovani sono destinati a vivere. Ma occorre “farsi perdonare” facendosi carico del proprio ruolo di padri portatori di saperi ed esperienze e dando vita a progetti di cooperazione con i giovani stessi, dando loro opportunità di crescita e cercando di trasmettere il senso dell’ignoto e dell’avventura. Poiché il coraggio non è assenza di paura ma ricerca faticosa del proprio Graal. Celli non lo evoca ma sembra che, in fondo, il modello proiettivo di questa generazione debba essere, paradossalmente, un modello archetipico. E’ ancora Odisseo, l’eroe dal multiforme ingegno, narratore seducente e inventore di “vie d’uscita”, viaggiatore impavido che non dimentica la “casa” (la tradizione, il retroterra), l’archetipo più fecondo per una generazione condannata (o consacrata?) ad attraversare le colonne d’Ercole di una storia che, tutt’altro che finita (come voleva Fukuyama), attende nuovi navigatori.
Qualche maligno penserebbe che, in fondo, il libro di Celli si colloca in un genere fin troppo frequentato dagli scrittori: quello della lettera-libro ai propri figli reali o virtuali. Umberto Eco, in Diario minimo, scrive una bella lettera al figlio Stefano nella quale il semiologo scrive:

(…) E ti insegnerò a giocare guerre molto complesse, in cui la verità non sta mai da una parte sola (…) Ti sfogherai, nei tuoi anni giovani, ti confonderai un poco le idee, ma ti nasceranno lentamente delle persuasioni (Eco 1963: 121)

Mentre Franco Ferrucci scriveva nel 1989 una Lettera a me stesso ragazzo, uno straordinario viaggio in quella terra di confine della propria anima dove si intrecciano miti, infanzia, senso della vita e spirito religioso. In ogni caso, sono libri che, pur parlando a un ipotetico bambino o ragazzo, prendono la forma di un protrettico, di un’esortazione all’esercizio di una Vita filosofica (e non solo).
Nel caso di Celli, il fatto che il libro nasca da una lettera rivolta al figlio e pubblicata su Repubblica è solo un modo per parlare a molti figli: è quindi un atto di confessione intergenerazionale, di “paterna” e gnostica rottura dei vasi, di costruzione di ponti emotivi e intellettuali tra i fondatori e i prosecutori.
Avrebbero perciò torto tali maligni a pensare che si tratta di un libro “format”, di una canonica epistola letteraria e filosofica destinata a coloro che verranno. Quello di Celli è un libro “vero” nel senso che palpita di quell’energia che i padri profondono nel momento in cui, con sofferenza e lucidità, raccontano i propri errori e le proprie grandezze, provando ad “esserci” ancora per quei figli il cui destino è stato colpevolmente ignorato dai ceti dirigenti. In fondo la generazione tradita è un libro che nasce sull’onda emotiva ed intellettuale di una lettera al figlio pubblicata da Celli su Repubblica nel 2009: è un libro che prova a spiegare, in modo analitico, squarciando il velo di Maja e rompendo ogni genere di indugio, vizi e virtù di due generazioni che oggi si fronteggiano (le vecchie generazioni ignave o, al meglio, pentite e le nuove rabbiose e deluse) e che devono, a tutti i costi, firmare un nuovo patto. Ma ciò che conta e che fa la differenza è che il libro di Celli è un protrettico contemporaneo, un’esortazione rivolta non già ai giovani ma ai padri, è il libro di chi ha scoperto (o comunque urlato ai quattro venti) la malattia e che ora si carica sulle spalle la propria croce (di responsabilità e di corresponsabilità) di adulto per redimere se stesso (un “se stesso” che assurge a capro espiatorio narrante di una generazione di padri) ma, soprattutto, per salvare il futuro. In una specie di secolare Passione al contrario, è il Padre ad immolarsi per il figlio: un’immolazione che si traduce in una lucida e sofferta autocritica generazionale che non vuol essere un mero lavacro purificatorio per “lavare più bianco” la coscienza dei padri fondatori ma che vuole offrirsi come una proposta di una nuova alleanza, di un nuovo corso dei tempi. Ed, in tal senso, questo è, fuor di dubbio, un libro di passione (e di Passione) che potrebbe avere (e l’avrà sicuramente) la forza di risvegliare qualche padre ignavo e di restituire a molti giovani il coraggio e l’ardore che San Paolo chiedeva ai seguaci di Cristo.

BIBLIOGRAFIA

Celli P. L. (1997), L’illusione manageriale, Laterza, Roma-Bari.
Celli P. L (2010), La generazione tradita, Gli adulti contro i giovani, Mondadori: Milano.
Eco U. (1963), Diario minimo, Bompiani: Milano 1988.
Eco U., Sebeok T. A. (1983), Il segno dei tre, Bompiani: Milano.
Forchetti F. (2005), Il segno e la rosa. I segreti della narrativa di Umberto Eco, Castelvecchi: Roma.
Forchetti F. (2006), La compagnia della conoscenza. Sociologia dell’organizzazione, knowledge management e comunicazione di marketing nelle organizzazioni dell’economia cognitiva, Libreria dell’Università Editrice, Pescara.
Galimberti U. (2007), L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli: Milano.
Ginzburg C. (1986), Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Einaudi: Torino.
Luhmann N., De Giorgi R. (1992), Teoria della società, Angeli, Milano

 

Franco Forchetti


[1]“E’ così che mi sono ritrovato a coniugare studi scientifici e passioni letterarie, i classici e il teatro, una laurea in economia e il gusto per la scrittura e per la politica ideale. Credo che la generazione successiva a quella di mio nonno sia diventata via via più segmentata, specializzata: inizialmente è sembrato una conquista, un arricchimento, ma ci siamo ritrovati tutti più poveri” (Celli 2010: 37)


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