La pizzica della Rivoluzione. Il “vendola” del nord

15 Feb

19 maggio 2011

 
Senza voler fare della politologia all’amatriciana e sapendo che bisognerebbe, a mente fredda, esaminare i flussi di voto per poter delineare un quadro eziologico della rivoluzione politica che le recenti elezioni amministrative hanno determinato, provo a disegnare – assecondando quel guessing istinct teorizzato dal semiologo Peirce – un polittico della politica italiana all’indomani del voto amministrativo. Lascio ai politologi e agli storici il difficile compito di una disamina più articolata e più documentata dell’ennesima rivoluzione elettorale.
Chi vince alla fine della partita amministrativa?

Non certo il PD che non decolla nei consensi. Vince Vendola, carismatico affabulatore e portatore di un vento nuovo, fatto di parole e di passioni, un pasoliniano che non si arrende a un modello borghese-mortifero e che lancia nell’agone un gentleman, quale Pisapia, che tutto sembra tranne che un pasoliniano. Ma questa non è stata solo la vittoria di un galantuomo simpatico ed ironico, bensì il trionfo di un leader – Vendola appunto – che ha costruito un partito “emozionale” che ha circa l’8 % del consenso nazionale. I comunisti, così lungamente evocati da Berlusconi, si sono materializzati, ma non hanno né l’aspetto di vetusti nostalgici della cortina di ferro né appaiono grigi leninisti: essi sembrano, semmai, gaudenti ed energici interpreti di un pensiero postmarxista e poststrutturalista, interpreti di un vitalismo antiborghese e antisistemico che ha più di Leopardi e Nietzsche che di Marx e Mao Tse Tung.  E’ ovvio che Pisapia, senza il retroterra vendoliano, non sarebbe stato vincente.

Chi perde? Non Berlusconi che, dopo una così lunga stagione di battaglie endogene e giudiziarie, non poteva attendersi affermazioni eclatanti. Perde, semmai, Tremonti perché arretra quella Lega nord che da sempre lo sostiene e lo indica come leader in pectore nel dopo Berlusconi. Perde un Tremonti che, pur se intellettuale lucido ed economista saggio, è costretto, per motivi elettorali, a tirare la volata elettorale alla Lega, sventolando temi ormai esangui come la paura dell’immigrato e dell’Islam. Se la Lega fosse avanzata nei consensi a detrimento del PDL, essa avrebbe potuto reclamare a gran voce la successione tremontiana: ma, alla luce di questo esito sconfortante, Tremonti rimane al palo, tanto più che la futuribile e pesante manovra fiscale, di cui sarà latore, non lo renderà particolarmente amabile agli occhi dei contribuenti.
Una notte dei lunghi coltelli attende un PDL dove leaders, per troppo tempo negletti e messi in ombra, come Formigoni, reclamano differenti dinamiche decisionali dentro un partito che non ha mai fatto un congresso. Veltroni assiste al declino del suo progetto di partito democratico autosufficiente e sganciato dalla sinistra radicale. Torna a vincere semmai un modello Prodi al contrario nel quale le locomotive sono SEL e IDV. Perde il “moderatismo” di governo del PDL che non è stato né un partito liberal-liberista di destra né un partito welfare oriented, scontentando, da un lato, imprese e privati, dall’altro, impiegati ed operai. Perdono, dunque, i partiti tradizionali e moderati. Vincono i partiti “passionali”, i partiti della protesta, i partiti dell’antipolitica che, più degli altri, paiono saper interpretare un voto giovanile (ma non solo) che torna ad essere protagonista.

Sul tema del terzo polo, ha ragione Sartori: non c’è ancora in Italia un humus elettorale che possa sancire l’affermazione di una terza polarità politica. Il nostro rimane ancora un sistema caratterizzato dal pluralismo polarizzato: pur nella frammentarietà delle formazioni politiche, le scelte di fondo rimangono ancora bipolari e antitetiche. Tra l’altro tre supermoderati assieme (come Casini, Rutelli e Fini) sono davvero “troppo” per un elettore postmoderno che ha bisogno, pur sempre, di un pizzico di passione e di invito pugnace all’agone politico.

La comunicazione politica apprende una nuova lezione: quella dell’incapacità crescente di prevedere esiti elettorali e flussi di voto. Troppe sorprese e una rivoluzione non annunciata sono il segno che molti schemi di lettura sociosemiotica del pensiero “elettorale” sono inadeguati. D’altronde anche la scienza politica, come ogni scienza che si rispetti, ha bisogno di teorie e contro teorie, di conferme e di smentite. Una teoria politica sarà tanto più scientifica quanto più falsificabile. L’Italia, nel bene e nel male, rimane il laboratorio politico più interessante del mondo. Perché il nuovo vento del nord è stato generato da un vento del sud: dal vento vendoliano che dalla Puglia spira sull’intero paese e dal vento di un De Magistris che si afferma contro ogni previsione e malgrado nemici interni ed esterni. La rivoluzione ha il ritmo della pizzica.
Franco Forchetti

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