Archivio | maggio, 2012

DA BERLUSCONI A GRILLO: STORIA DI UTOPIE, ILLUSIONI E REALPOLITIK

29 Mag

Franco Forchetti

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo pubblicato sulla rivista “Testatadangolo” (www.testatadangolo.com) diretta da Alessandro Meluzzi

 

 

Paradossalmente sono proprio le categorie del sogno e dell’utopia a spiegare i fenomeni politici più significativi degli ultimi venti anni. Il sogno berlusconiano è stato l’utopia liberal-borghese di una società libera dal moloch dei partiti, un modello utopico senza retroterra filosofico che si nutriva più dell’operosità della forma mentis brianzola che non di una radice ideologico-culturale. Utopia che fa sognare e che, in fondo, non simpatizza troppo per il parlamentarismo poiché a un presidenzialismo forte e ad un governo decisionista.

L’impasse di tale utopia è che, da un lato, chi la propugna è un magnate dei media e dell’editoria e, per questa ragione, viene sospettato (anche se è in buona fede) di sovrapporre interessi privati e bene comune. Mentre, dall’altro, è noto che qualsiasi utopia liberale deve scontrarsi con un paese fatto di corporazioni, potentati e lobby.

 

Quello prodiano è stato il sogno, in salsa romagnola, di un’Italia della nuova pax tra potentati e corporazioni, della democrazia operosa, del rigore dell’amministrazione finanziaria e della mediazione con le istanze comuniste. Primo esempio post-ideologico di compromesso ideologico, il sogno è naufragato più per le rivendicazioni dei singoli che per intrinseca debolezza. Il veltronismo, almeno nelle intenzioni, ha incarnato l’utopia di un paese democratico, tollerante, buonista, l’auspicio di un governo democratico-kennediano in grado di esorcizzare gli estremi: pur sconfitto dal berlusconismo, il veltronismo rappresentava un progetto politico valido. Ma è un kennedismo alla “romana” che non faceva sognare perché sceglieva, scientemente, un basso profilo e un understatement più britannico che americano.

L’utopia di Vendola è quella di un politico pasoliniano-borgesiano, impastato di letteratura e solidarietà, di trasgressione e conservazione: una lingua nuova che affascina sia la vecchia koiné postcomunista che il mondo giovanile in cerca di un profeta armato, sensibile e intelligente. E’ l’utopia di carne e sangue di un uomo contro che inventa un nuovo glossario. Destinato a non diventare partito a vocazione maggioritaria, il progetto politico vendoliano rischia, però, di riscrivere la storia della sinistra: dopo Vendola la sinistra non sarà più uguale. Avrà perso qualcosa in burocrazia, sezioni e organizzazioni ma avrà guadagnato in mente e cuore.

L’utopia di Casini non c’è. Ed è stato quello l’errore di Casini, politico affidabile, preparato e con un forte senso delle istituzioni che, però,  non fa sognare il proprio elettorato. Il moderatismo, il centrismo, il cerchiobottismo sono virtù che magari seducono la mente ma non scaldano i cuori degli elettori. La crisi dei grandi partiti, messa in luce dalle ultime amministrative, è imputabile all’assenza di utopie: del resto il movimento grillino è, al postutto, un movimento carismatico fondato sull’utopia di un governo dei bravi cittadini sensibili all’ecologia, al risparmio energetico e alle buone pratiche economico-finanziarie. Mentre gli sconfitti delle ultime elezioni sono tutti coloro che hanno scelto la strada della pragmatica politica sobria e stoica (più sacrifici per tutti, poche speranze, nessun orizzonte) che magari piace ai superbanchieri europei ma scontenta un popolo a cui si nega una qualsivoglia teleologia. Tra l’euforia (talora obnubilante) dell’utopia e la disforia (talora depressiva) della realpolitik c’è, probabilmente, una terza via su cui si giocherà il futuro del paese.

NON STIAMO LAVORANDO PER VOI. LE ELEZIONI E L’ANEMIA DEI PARTITI

7 Mag

Come accade per tutti i commenti a caldo, si rischiano il pensiero umorale e il pensiero di pancia. E’ doveroso, però, riflettere su questa tornata elettorale. In tempi non sospetti, avevo preconizzato la crescita inesorabile del movimento di Grillo, tanto più che in Italia antipolitica e familismo partitico amorale coesistono in modo contraddittorio, facendo sì che il nostro paese costituisca il laboratorio politico più interessante del mondo. In altri termini pare che il sentimento di odio verso la politica (che si esprime nel consenso verso i partiti anti-sistema oppure attraverso il non voto) abbia altrettanto peso delle logiche corporative e da “familismo amorale” che tengono in vita i grandi partiti a due cifre, mentre la mai sopita dialettica ideologica tra destra e sinistra ossigena le formazioni estreme di destra e sinistra. Ad ascoltare i discorsi sui bus e nei bar, i grandi partiti dovrebbero eclissarsi in meno che non si dica, tanto forte è il clima di anti-politica. Ma poi, quando si va al voto, ciò non accade. E’ vero che PDl, PD e Lega arretrano (soprattutto il PDL), ma non si sgretolano a tal punto da consegnare le città agli anti-politici. Non mi sembra che il vero problema sia quello di capire come si riplasmeranno i vecchi partiti in vista delle future elezioni politiche poiché ciò appare un problema minore. Una gravescente crisi socio-economica sta minando le basi dell’Europa e rischia di riconsegnare il Vecchio Continente nella braccia dell’Irrazionalismo, del desiderio di palingenesi, della voglia di uomini forti: all’orizzonte un’Europa in agonia e gravida di potenziali repubbliche di Weimar. Tremonti aveva profetizzato tale pericolo. Difficile dire cosa dovranno fare i partiti italiani per ricucire lo strappa con il paese. Certo è che non si fa politica solo con il rigore e il sacrificio: occorre dare nuove speranze, occorre scaldare gli animi degli elettori, occorre poter offrire a tutti una via d’uscita (agli operai, ai precari, agli imprenditori). Nessuno è in cerca di nuovi Sogni o Grandi Illusioni. Ma ognuno vorrebbe poter credere che qualcuno (ossia i partiti) stia lavorando anche per lui.