I PROTOCOLLI DEGLI INSIPIENTI DI MEDIALANDIA PANARARI, L’ABATE BARRUEL E L’EGEMONIA PSEUDO-CULTURALE.

15 Feb



Giovedì, 31 Marzo 2011


Ci sono libri che non vogliono essere libri di mediazione o di comprensione tout court. Appartengono al genere venerando del pamphlet e del libro a tesi che possiedono, sovente, quel pathos intellettuale e quel climax retorico che sono colonne portanti della panflettistica “dura e pura”. D’altronde lo stesso autore, Massimiliano Panarari, non fa mistero del fatto che il suo sia un libro “contro”: una condanna senza attenuanti di quell’élite di creativi e di persuasori occulti (e nemmeno tanto occulti) che, applicando alla lettera la teoria gramsciana dell’egemonia culturale e andando in senso opposto ai desideri di situazionisti e di postnicciani, pur padroneggiandone le tecniche, ha creato e consolidato quella che Panarari chiama “egemonia sottoculturale”, la sovrastruttura spirituale che plasma, in un processo marxiano capovolto, le condizioni materiali dell’etere. Un vero e proprio anatema che si ipostatizza in un saggio godibilissimo e avvincente che, ben lontano dall’essere consolatorio, insinua nel lettore (anche nel suolector modello e cooperativo) un ineluttabilehorror vacui dinanzi alla descrizione di una società destrutturata e lobotomizzata dai signori dell’egemonia sottoculturale.

Il libro di Panarari ha la stessa forza intellettuale del libro dell’abate Barruel che aveva scritto le Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme: se l’abate riteneva che all’origine della Rivoluzione francese vi fosse un complotto tra filosofi illuministi, massoni e giacobini, Panarari delinea il golpe sottoculturale che affonda le radici nella filosofia situazionista e che annovera, in un esito da contrappasso dantesco, gli epigoni della “cattiva maestra televisione”. Siamo in presenza del genere di libro che sconvolge sia il lettore debole (a cui offre la sua tesi forte) sia il lettore forte (da cui esige una revisione critica). Non si può rimanere indifferenti dinanzi all’ipotesi forte di un’intera classe di creativi e intellettuali che, piegando ad usum delphini logiche e strumenti dei situazionisti, hanno tracciato le linee di un condizionamento sottoculturale. Come scrive lo stesso autore, “questa è la storia dell’ideologia neoliberale che, dall’inizio degli anni Ottanta del secolo passato, domina sostanzialmente incontrastata l’Occidente, soprattutto attraverso il suo braccio armato economico: il fondamentalismo di mercato o neoliberismo” (Massimaliano Panarari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi, Torino, 2010, p. 5). Tale ideologia neoliberale ha trovato i propri cantori (più o meno illustri) che hanno realizzato “il colpo di stato perfetto, soft e postmoderno, che, colmo dei paradossi, ha reso operative le dottrine di un gruppo di giovani, irregolarissimi e sciamannati intellettuali parigini, raccolti intorno all’Internazionale situazionista, i quali (…), nei lontani anni Sessanta, teorizzavano la rivoluzione e l’insurrezione” da attuarsi mediante “una penetrazione silenziosa ed entrista – ispirata, non a caso, a Trotsky – nei mezzi di comunicazione e di produzione culturale di massa” per condurre a termine una vera e propria strisciante rivoluzione culturale (Ibidem, p. 4).
L’egemonia culturale della sinistra non divenne mai una “contro egemonia popolare capace di scalzare quella in essere, al servizio delle élitesdominanti e del capitalismo”. Cosicché ciò ha favorito la vittoria degli “Altri”, dei nuovi sacerdoti del disimpegno e del libero mercato che hanno realizzato una egemonia sulla “filosofia popolare” (Ibidem, p. 19): costoro hanno dato inizio, negli anni Ottanta, alla lunga stagione (ancora in corso) del riflusso e del disimpegno, allorché in Italia, in modo estemporaneo e brusco, dalla panpoliticizzazione (ovvero dalla contaminazione da parte del discorso politico di ogni aspetto della vita quotidiana e intellettuale) si transitò verso un modello edonistico-disimpegnato che rifiutò, quasi per rigetto, l’approccio culturale. Ed ebbe inizio ciò che Panarari definisce come la “controrivoluzione televisiva” nella quale la tv, più che produrre qualcosa di nuovo, “rassicura e consola”, avverando la profezia popperiana della tv cattiva maestra, compiendo la mutazione antropologica, teorizzata da Pasolini, capace di omologare e depauperare la realtà sociale del paese e ponendo in essere le previsioni dei francofortesi. La tv diviene, secondo Panarari, il luogo del postmoderno più deleterio nel quale un medesimo dna accomuna elementi apparentemente eterogenei: dal labile solipsismo dell’uomo postmoderno messo in scena da Drive inall’anarchismo libertario teorizzato da Nozick, dalla rivoluzione conservatrice di Reagan al craxismo come apertura (anti-intellettualistica) verso la tv commerciale in nome del primato della libertà e della società civile all’individualismo metodologico statunitense che trova uno dei propri profeti in quel Frierich von Hayek avversario del keynesismo.

Il merito del saggio di Panarari non è tanto quello di offrirci sapidi, impietosi e inquietanti ritratti dei post-situazionisti (talora inconsapevoli) dell’egemonia sottoculturale (dall’intellettuale organico del nazionalgossip Alfonso Signorini al situazionista “proditorio” Antonio Ricci, dalla De Filippi a Simona Ventura) quanto quello di tracciare le linee di convergenza tra fenomeni politici, mediali e di costume che delineano, più che delle direzioni storiche, delle linee di tendenza. Proprio l’onda lunga che ci conduce dai situazionisti parigini ai guru della neotelevisione postmoderna, attraverso l’iperfetazione ideologica degli anni Settanta e il disimpegno degli anni Ottanta, passando attraverso modelli socio-economici in evoluzione verso forme neoliberistiche e solipsistiche, costituisce il vero centro del saggio, l’energia ctonia che, attraverso i decenni, ha reso possibili sia ladecerebralizzazione delle masse sia le grandi crisi economico-finanziare. Tanto forte è la tesi di Panarari che si potrebbe pensare che il nostro autore coltivi il sospetto – mai dichiarato a chiare lettere – che vi sia una sorta di Spectre che guida le sorti di politica, società e cultura, una Agartha sotterranea dove si decide il destino dell’universo mondo (compreso l’universo parallelo dei media). L’impressione è che Panarari scriva una specie diProtocolli degli insipienti di Medialandia, una postmoderna rivisitazione delle memorie dell’abate Barruel che punta l’indice contro un complotto diuturno nel quale un filo rosso lega le multinazionali, vituperate dai movimenti operaisti degli anni 60, alle fabbriche contemporanee dell’industria culturale.

Il paragone con il libro dell’Abate Barruel non è casuale. Non perché Panarari creda davvero che la contemporaneità mediale sia il frutto di un complotto ultradecennale ordito da capitalisti e sacerdoti dell’etere: l’autore è intellettuale fin troppo raffinato per poter far propria una tesi così arditamente “cospirazionista”. Panarari vuole, invece, combattere, con un libro divertente ma “duro”, ludico ma spietato, un sistema socio-medial-culturale, insinuando nel lettore – senza, però, dirlo apertis verbis – il sospetto di essere all’interno di un “complotto” silenzioso. In fondo è una tecnica situazionista che Panarari utilizza sfruttando, paradossalmente, quell’attitudine tipicamente contemporanea, già diagnostica da Eco nei Limiti dell’interpretazione, posta in essere dagli “adepti del velame” pronti a individuare complotti (o a inventarne di sana pianta) ad ogni latitudine e in ogni tempo . Cavalcando perciò quell’irrazionalismo della cultura di destra, da Panarari ricondotta anche all’editoria adelphiana (“santa sacntorum del trasgressivo irrazionalismo da combattimento e della ‘gaia apocalisse’), l’autore  gioca con l’ago ipodermico per far credere che si è dentro una macchinazione da Spectre. In questo senso il libro è, al contempo, diagnosi e cura, tecnica di lettura della contemporaneità e tecnica di lotta, saggio documentato e serrato ma anche pamphletmalizioso.

Del resto quella che l’autore muove è un’accusa di vero e proprio parricidio: la tv ha ucciso la cultura alta. Fino al parossismo per cui una qualsiasi show girl è preferita come opinionista a un filosofo. E l’ha uccisa anche perché cultura alta e cultura popolare si sono sempre più confuse. Del resto molti intellettuali italiani avevano già sdoganato la cultura popolare, dichiarando che la cultura di un paese è fatta di tante cose, compreso le trasmissioni televisive. Se tutto è cultura, allora finisce che la cultura alta è condannata a divenire un luogo tedioso e poco frequentato. Ma, in questo caso, Panarari dovrebbe accusare non soltanto la “pop culture” di destra ma anche quell’intellighenzia di sinistra che, celebrando il feuilleton, il romanzo d’appendice, la fiction e i fumetti, ha costruito un modello allargato di enciclopedia culturale. Più che di parricidio si dovrebbe parlare di suicidio della cultura alta che, proprio nel tentativo di autoriformarsi o svecchiarsi, ha  aperto le porte ai barbari della neotelevisione postmoderna. D’altronde Umberto Eco scrive che “quella che oggi viene sbrigativamente chiamata cultura di sinistra era in verità una cultura laica, liberale, azionista, persino crociana” (Umberto Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Milano, Bompiani, 2006-07, p. 162) e che nell’università erano cattolici e laici a spartirsi i concorsi. Che poi la cultura laica e di sinistra godesse di maggiore diffusione presso le giovani generazioni, era semmai capacità di fascinazione. Se, in ambito cattolico, la filosofia si dibatteva, un po’ stancamente, tra neotomisti e spiritualisti di origine gentiliana, la filosofia laica pasteggiava Marx, i neopositivisti logici, Heidegger, Sartre, Wittgenstein (e questi testi li leggevano anche i cattolici). Ed è indubbio che “questa cultura laica (…) ha certamente stabilito una egemonia e ha sedotto insegnanti e studenti. E quando egemonie del genere si stabiliscono, non si distruggono a suon di decreti” (Ibidem, p. 163).  Del resto – continua Eco – il partito comunista aveva più fiducia della Dc nel progetto della battaglia culturale. Cosicché i rappresentanti di questo pensiero critico di sinistra hanno meglio interpretato lo spirito del tempo occupando i posti chiave dell’editoria, della cultura e dellaRai.
Il semiologo alessandrino demolisce il luogo comune che vorrebbe il mondo culturale dominato dalla cultura di sinistra e individua il vero “spirito dei tempi”:

Se l’egemonia culturale si valutasse a peso, avrei l’impressione che la cultura dominante sia mistica, tradizionalista, neospiritualista, new age, revisionista. Mi pare che la televisione di stato dedichi molto più spazio al Papa che a Giordano Bruno, a Fatima che a Marzabotto, a Padre Pio che a Rosa Luxembug. Nei mass-media circolano ormai più templari che partigiani (Ibidem, p. 165).

Quell’irrazionalismo, serpeggiante nell’allora ghettizzata cultura di destra, di cui scrive Panarari, è ora divenuto irrazionalismo di moda, culto della dietrologia esoterica, fascino seriale dell’occulto, fabbrica televisiva di programmi su misteri veri e presunti. L’egemonia sottoculturale prende le forme dell’egemonia pseudo-culturale, dell’irrazionalismo modaiolo che le nuove élitesintellettuali usano per confezionare prodotti culturali di fascinazione sul pubblico degli “adepti del velame” (dai libri sul mito di Atlantide ai programmi sulle profezie Maja), divenendo i segni dell’avvento di un pensiero credulo, tutt’altro che critico.

E’ che dagli anni 60 ad oggi alla cultura del libro (inteso come pratica propria dei giovani di formarsi su una biblioteca di testi critici) si è sostituita una cultura dell’immagine televisiva e del sapere “pressappochistico” e frammentario deinew media (qualsiasi indagine sociologica mostrerebbe che un giovane di 20 anni negli anni 70 aveva letto più libri di saggistica (e probabilmente non solo di saggistica) di quanti ne abbia letti un suo coetaneo nel 2010). Il declino della biblioteca (non tanto come istituzione quanto come insieme dei libri che plasmano il rito di formazione di un individuo), a vantaggio di una babelica, frammentaria e debole infoteca tele-internettiana, spiega come l’egemonia sottoculturale abbia potuto agire con maggiore forza.

Ma il libro di Panarari non si fonda solo su unapars destruens. Vi è anche un orizzonte di speranza che prelude ad una exit strategyculturale. In realtà Panarari è così inquietato dal regime ircocervo dell’egemonia sottoculturale da provare a  immaginare campi di resistenza e azioni di sabotaggio culturale.  Panarari non sembra confidare nelle forze della storia che, pur sembrando sopite, si manifestano, improvvisamente, per mutare scenari e condizioni che apparivano cristallizzati. Tanto che il suo libro si chiude con una sorta di appello alla “resistenza” intellettuale, una chiamata alle “armi” (armi culturali beninteso) per chiunque non si riconosca nel regime ircocervo.
Io credo, invece, che la fine della storia, teorizzata da Fukuyama, non era che “un nuovo inizio”, un apparente stallo geopolitico pronto a deflagrare in nuovi eventi e linee di sviluppo. Senza cadere in un neostoricismo hegeliano e senza voler confidare nel trionfo finale di uno Spirito più “culturale” e che “sottoculturale”, le variabili demografiche, socio-economiche e culturali sono così ampie ed effervescenti da annunciare nuove linee di fuga, deterritorializzazoini deleuziane capaci di generare nuove semiotiche della realtà. La primavera araba costituisce un esempio di come le nuove generazioni mussulmane, ben lontane dall’essere legate ad un Islam oscurantista e tutt’altro che narcotizzate dalla cultura digitale, hanno saputo resistere all’omologazione culturale, ponendo in essere forme di resistenza al potere (reale e mediale).

E’ necessario, secondo Panarari, rileggere la figura dell’intellettuale come un neo-resistente culturale in grado di andarsi a riprendere gli spazi del dibattito culturale, contaminando coloro che lo ascoltano e lo seguono. Ed è, altresì, ineluttabile far propria la lezione di Derrida che esortava, nel 1966, ad una pedagogia del difficile e del complesso secondo la quale i media non devono aver paura di formare il loro destinatario proponendogli sentieri ardui di conoscenza, senza cadere nella trappola della semplificazione del discorso e del depauperamento culturale. Del resto non è forse una lezione derridiana quella di un Benigni che incolla al video milioni di italiani recitando Dante e commentando a Sanremo l’inno di Mameli? L’educazione alla complessità rappresenta un viatico pedagogico irrinunciabile per formare quelle che Morin chiamava le “teste ben fatte”. E “una testa ben fatta” potrebbe aver voglia di guardarsi il Grande Fratello o l’Isola dei famosi per curiosità, per spirito ludico o, semplicemente, per sentirsi “stupido” almeno per qualche minuto, magari nelle pause pubblicitarie dell’Infedele di Lerner: del resto McLuhan aveva compreso che i media sono fruiti anche come “rumore” di fondo, come “terapia” sensoriale, senza necessariamente innescare il nostro desiderio di contenuti o formazione.

Lo scrittore Luciano De Crescenzo, ad una giornalista che gli chiedeva un’opinione sulGrande Fratello, disse che una sua zia era rimasta sola perché i nipoti non andavano più a farle visita. Cosicché tale zia diceva di guardare con piacere il Grande Fratello perché i ragazzi delreality erano divenuti come i nipoti (virtuali) che lei non vedeva più. Il senso della storia è che la tv serve a molte cose, anche a rendere meno solitarie certe esistenze. Non è grave che ci sia unGrande Fratello se può rallegrare una vecchietta sola. E’ grave, invece, che sia il Tg5 a occuparsi del Grande Fratello oppure che Matrix vi costruisca una puntata: ciò è il segno di una proditoria contaminazione di generi che serve a fare audience ma che impedisce alle teste meno “ben fatte” di discernere saggiamente tra informazione e intrattenimento, generando il processo diseducativo. Nell’ancienne querelle tra apocalittici e integrati, il libro di Panarari ha i toni dell’apocalisse giovannea e gli aspri giudizi delle lettere paoline: si può dissentire, in alcuni punti, dal suo radicalismo ma è indubbio che i libri radicali sono necessari affinché anche gli integrati possano rivedere e correggere le loro posizioni.

Franco Forchetti


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I LOMBARDI ALL’ULTIMA CROCIATA (PARTE II)

15 Feb


 

I LOMBARDI ALL’ULTIMA CROCIATA

15 Feb

30 novembre 2009

 

 

BENIGNI, LA LINGUA E LA NAZIONE

15 Feb

BENIGNI, LA NAZIONE E LA LINGUA. VERSO LA TRIADE CHIESA, CULTURA E COMUNICAZIONE

15 Feb

13 gennaio 2011

Guarda anche il videoblog su Youtube

http://www.youtube.com/watch?v=R0cseZtbVsk
*La riflessione che segue prende lo spunto dalla lettura di un pezzo di Michele Mezza che si interrogava sul tema della patria difeso da una cultura di sinistra che, per molti decenni, è stata più internazionalista che nazionalista.

Non meraviglia che sia proprio Benigni l’Ultimo dei Patrioti. Ma più in senso linguistico che morale. La lingua italiana non è che il dialetto toscano, derivato dal latino volgare e diffusosi sul territorio della penisola. Ma la lingua italiana è parlata dalle élites, dalla tv e dai doppiatori cinematografici (come suggerì acutamente il buon Flaiano). Per il resto imperano dialetti e slang. Fatta l’Italia, abbiamo fatto gli Italiani?
In senso linguistico sì, nonostante i limiti sopraccitati. Nel senso della coscienza collettiva di una storia comune e della condivisione di valori, principi ed etica, assolutamente no. Storici, politologi e sociologi non riescono più a negare il fatto che non sia mai esistito un senso di nazione: forse tale senso abitava nei sogni e nelle velleità delle élites che hanno costruito l’Italia, ma non nelle “masse”. La guerra di liberazione dal nazifascismo avrebbe potuto essere l’alba di uno stato-nazione riconciliato e finalmente unito in un’etica pubblica condivisa e in una prospettiva di evoluzione. Invece fu l’inizio della spartizione ideologica dell’espressione geografica “Italia”: da un lato la cultura comunista, più innamorata della Resistenza che della palingenesi della patria “Italia”, internazionalista e antinazionalista, che ebbe, almeno da principio, il punto di riferimento di una Unione Sovietica ateo-burocratizzata e che mise in pratica la teoria gramsciana dell’occupazione dei luoghi strategici della cultura (scuola, università): dall’altro la cultura cattolica, universalistica per definizione,  scarsamente attratta da ogni discorso sulla Nazione e preoccupata, principalmente, di combattere l’anticlericalismo di sinistra e di attuare una modernizzazione “atlantica” del paese. Nel contesto di una tale bipolarismo ideologico e di una democrazia bloccata, l’idea di nazione è stata coltivata per decenni solo da alcune formazioni politiche minoritarie di estrema destra.

Tutto è rimasto sostanzialmente in questo modo finché la caduta del Muro di Berlino e il declino internazionale dell’ideologia comunista non hanno posto le premesse per la rivoluzione italiana. Alla fine degli anni ’80 il sistema dei partiti entra in crisi, anche per colpa della nascita di un movimento localistico (la Lega lombarda) anti-centralista e anti-nazionalista . E’ il sociologo Roberto Cartocci a ricordarci che il voto politico degli italiani è stato, nella Prima Repubblica, o un voto di appartenenza (il voto dato alle identità subculturali ovvero ai cosiddetti partiti chiesa) o un voto di scambio: in pochi casi si trattava di un voto di opinione (intesa come libera e consapevole scelta). Sartori ha utilizzato l’espressione “pluralismo polarizzato” per indicare, appunto, una frammentazione dello scenario partitico italiano che si è polarizzato, però, intorno alla dialettica destra-sinistra.
Nella Seconda Repubblica, eclissatosi il partito-chiesa della DC e indebolitosi ideologicamente l’altro partito-chiesa del PCI, il voto di appartenenza fu, inizialmente, intercettato dalla Lega che si fece interprete di una nuova sedicente identità subculturale a carattere localistico.
Le vicende di Tangentopoli determinano il crollo dei principali partiti della Prima Repubblica, eccezion fatta per la Lega e per il PCI che si trasforma in PDS. Il cattolicesimo universalistico non ha più il partito di riferimento (la DC) e il voto cattolico si disperde, mentre gli eredi del PCI sono costretti a de-ideologizzarsi per inseguire nuove geometrie politico-valoriali. Secondo l’opinione di un teologo, dotato di grande acume politico, Gianni Baget Bozzo, la vittoria di Forza Italia nel 1994 non può essere spiegata soltanto con  il potente apparato mediatico messo in campo da Berlusconi, ma anche con il fatto che il progetto politico di “Forza italia” evocava, pur non configurandosi come un movimento neo-patriottico o neo-nazionalista, l’’idea di nazione (lo stesso nome del partito, mutuato da una vecchia campagna elettorale della DC, evocava una realtà politico-valoriale che voleva essere nazionale e, al contempo, nemica del concetto di partito-chiesa leviatano). A quel punto in Italia – che rappresenta il laboratorio politico più interessante del mondo proprio perché erede di una storia complessa e frammentaria – si configura un assetto geopolitico insolito: Berlusconi sdogana quella destra patriottica che era rimasta ai margini della Prima Repubblica, diventando il mediatore machiavellico tra la cultura leghista, localistica e secessionista, e la cultura nazionalista di Alleanza nazionale, mentre Forza Italia continua a giocare il ruolo di partito anti-partitocratico, aziendalista ed efficientista. Più che la dialettica destra-sinistra, che connotava il pluralismo secolarizzato della Prima Repubblica, la storia politica più recente sembra strutturarsi intorno al binomio nord-sud: proprio la frattura socio-economica tra nord e sud, nodo irrisolto della storia italiana, rappresenta la chiave di volta dei futuri sviluppi politico-economici dell’Italia. Allo stato dell’arte, quella Forza Italia, nata per recuperare quello spirito di patria-nazione, sembra aver perduto ogni velleità “nazionale” e unificatrice essendo stato costretta ad appiattirsi sulle posizioni anti-patriottiche della Lega nord, mentre il neonato Polo della Nazione e il Partito Democratico rilanciano il messaggio “unitario” e “patriottico”, in un’insolita alleanza sul tema dello stato-nazione. La battaglia elettorale – come dimostra Benigni – si giocherà anche sul terreno della cultura nazionale, sull’evocazione della storia e delle vicende che hanno caratterizzato la storia d’Italia dal Risorgimento ai giorni nostri. Ma quali potrebbero essere i fattori di aggregazione e di rilancio dello spirito “nazionale” dopo un così lungo periodo di logoramento sui temi del federalismo, del secessionismo e della contrapposizione tra nord e sud? D’altronde come Gad Lerner notava nella puntata dell’Infedele del 7 marzo 2011, il nodo irrisolto della Lega è proprio quello di continuare a giocare sul doppio binario, essendo sia partito di governo (che tiene in piede l’alleanza con Berlusconi e che persegue un progetto federalista) sia partito di lotta (perché non ha mai smesso di coltivare l’utopia secessionista).
Forse – ma è una sfida tutta da giocare – la soluzione potrebbe essere nelle 3 C: cultura, chiesa e comunicazione. La Cultura chiama a raccolta le migliori intelligenze del paese, i nostri intellettuali più lucidi, gli attori più impegnati (come Benigni) per un’operazione di rieducazione (non spocchiosa) ai valori e ai principi di una storia culturale e politica per troppi anni negletta. La Chiesa finirà con l’essere – in un una funzione paradossalmente salvifica nel cuore di uno stato laico – un punto di riferimento per l’universalismo cristiano e per la capacità di instillare il senso dell’etica e del bene comune. Ed infine la Comunicazione (giornali, tv, internet, ecc) che dovrà rinunciare, almeno in parte, alle logiche dell’audience e della pubblicità per farsi strumento di acculturazione e di formazione dell’ethos. Nessun Minculpop, beninteso, ma solo un progetto integrato e condiviso per la costruzione di un orizzonte intellettuale e morale per uno stato-nazione che ha bisogno ancora dei suoi cantori.

Franco Forchetti

L’UNIVERSITA’ DELLE AMENITA’

8 Feb

L’UNIVERSITA’ DELLE AMENITA’

Pare che il termine “ameno” possa ricondursi, tra le varie ipotesi etimologiche, al greco “ameinon” che significa “il migliore”. Cosicché il fatto che il ministro Gelmini legasse il termine “amenità” alle facoltà di scienze della comunicazione, colpevoli, secondo il ministro, di sfornare disoccupati, potrebbe essere un segno dell’eterogenesi dei fini. Non sempre i migliori vengono riconosciuti come tali e non sempre i mala tempora premiano i saperi più aperti come quelli che i corsi di scienze della comunicazione sono in grado di generare (almeno negli studenti più eccelsi). Direi anzi che i tempi sono così oscuri che oggi un saldatore o un tornitore specializzati (senza nulla togliere a tali indispensabili professionalità) vengono pagati molto di più di un brillante laureato.

Si va all’università anche per divenire “tedofori” (e non gelosi e fanatici depositari) di un sapere che non necessariamente deve diventare una “techne”. “Sophia” non è “techne”. Vuol dire che la nostra conoscenza non deve necessariamente servirci per lavorare o per trovare un lavoro. Se così fosse, i corsi di laurea dovrebbero legarsi, come la vecchia scala mobile, all’evoluzione dei lavori: il che li trasformerebbe in saperi “ad usum delphini”, strumentali e transeunti.
Entrando nello specifico della polemica, a me sembra che, come confermano alcuni studi, i primi laureati in scienze della comunicazione (nei primi due cicli quinquennali) sono stati letteralmente fagocitati dal mondo del lavoro. Come è accaduto a quasi tutti i corsi di laurea che vanno di moda, anche Scienze della comunicazione (al pari di Giurisprudenza all’indomani di Tangentopoli) ha conosciuto un boom di iscrizioni che, unitamente alla progressiva scarsità di offerte di lavoro, ha determinato un’inflazione del titolo. Ma non credo che i laureati in Economia (se se si eccettuano quelli della Bocconi, della Luiss o di altri atenei prestigiosi che godono di maggiore attenzione da parte delle imprese) se la passino meglio se è vero che molti di loro sono costretti a riciclarsi nei centri commerciali con mansioni inferiori al loro titolo di studio.

Quando frequentavo filosofia, negli anni 90, sentivo ripetermi ossessivamente la domanda “Ma che ci fai con la laurea in filosofia?” e venivo visto come un folle che disinvestiva sul suo futuro. Naturalmente a tale domanda si poteva rispondere in molti modi. Umberto Eco suggeriva di rispondere che serviva a trasformare la morte in un fatto professionale. Io, molto più umilmente, argomentavo che, quando si è laureati in filosofia, si possono affrontare a cena venerande discussioni sulla vita e sulla morte senza timore che qualcuno ci dica: “Ma con quali titoli ne parli?”.

Battute a parte, il corso di scienze della comunicazione paga lo scotto di essere un corso di laurea che coniuga discipline umanistiche, scienze economiche e scienze sociali poiché la vecchia e logora cultura italiana mal digerisce approcci interdisciplinari e visioni olistiche. Si continua a credere erroneamente che la vera laurea sia solo quella che fornisce metodologie e discipline che non debordino da un perimetro ben delimitato dello scibile: tutti coloro che perseguono un sapere multipolare sono visti come dei bighelloni del sapere la cui curiosità viene interpretata malevolmente come pressapochismo metodologico.

Un conto è dire che alcuni corsi di laurea vanno ripensati o resi più funzionali alle prospettive occupazionali e un conto è definirli “amenità”. Il punto è che, in quest’ultimo caso, non si mettono in discussione gli studenti che li scelgono ma i maggiorenti governativi che li hanno creati e i professori che quotidianamente vi insegnano. E’ una questione di bon ton istituzionale. E’ una questione di Politica con la “p” maiuscola nella quale la forma è, talvolta, sostanza.
Franco Forchetti

WIKILEAKS E I 3 GIORNI DELL’ANATRA ZOPPA

3 Feb

28 settembre 2010

Wikileaks e i 3 giorni dell’anatra zoppa

Chi non ricorda le vicissitudini dell’agente della CIA, nome in codice “condor”, impegnato a sfuggire alla stessa CIA che aveva ordinato di far fuori alcuni suoi dipendenti, colpevoli di aver scoperto, scartabellando tra libri e documenti, notizie compromettenti.

Ma non è più tempo di condor. Semmai di anatre zoppe o, al limite, di quaglie parlanti. Le tanto attese rivelazioni sui dossier segreti americani non soltanto sembrano “aria fritta” in quanto anche la casalinga di Voghera aveva subdorato, pur nella sua proverbiale indifferenza nei confronti dei massimi sistemi, quello che i dossier annunciano come le verità scomode.

Tanto valeva annunciare, in qualche dossier, che la terra sta per essere invasa dagli ultracorpi o dalle armate di Ming e rivelare che stanno per richiamare in servizio Flash Gordon. A parte questo 11 settembre dello spionaggio, che qualche giornalista ha già definito il 1 aprile dello spionaggio tautologico, rimane singolare il fatto che qualcuno si meravigli che gli Stati Uniti, così come altri paesi, raccolgano informazioni e redigano dossier sugli altri paesi.

Ab urbe condita, tutti gli stati spiano gli altri stati e producono montagne di relazioni. Del resto c’è ancora qualche buontempone in Italia che auspica che i servizi segreti siano trasparenti: il che, come ossimoro, è degno delle poetiche del Barocco.