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Il corpo del leader

14 Nov

Franco Forchetti

 

Il corpo del leader politico

(pubblicato anche sulla rivista fondata da Alessandro Meluzzi “Testatadangolo” http://www.testatadangolo.com)

 

Il corpo ultrasessantenne di Grillo che fende l’acqua dello stretto di Messina è il segno che, pur nell’era della dematerializzazione delle virtù del corpo celebrate da Nietzsche, la carne (performante, dolente e gaudente) rappresenta ancora un simbolo vivo delle idee. D’altronde la cultura occidentale, un ibrido tra la matrice giudaico-cristiana e il retaggio greco-romano, trova uno dei suoi momenti fondativi nel sacrificio del corpo del Cristo, nel martirio del Verbo fatto carne. Si tratta, quindi, di un evento “alpha” che avrebbe influenzato anche il concetto di carisma laico, di leadership laica: da quel momento in poi, il corpo del leader avrebbe dovuto essere un super-corpo, capace di compiere imprese sovrumane, di resistere alla stanchezza e alla sofferenza, di trasformare in “carnalità” anche l’idea più astratta. La democrazia repubblicana italiana nasce dal rinnegamento del corpo performante di Benito Mussolini (il corpo abbronzato e sudato del duce che raccoglie il grano, che gonfia il petto dal balcone di Piazza Venezia e che si vanta delle imprese erotiche), un corpo che sarebbe stato esibito, ormai esangue, a Piazzale Loreto, a monito perenne di ogni tentazione autocratica. L’anti-corpo mussoliniano è forse quello di Gramsci, il corpo piegato e annichilito dal carcere, tanto più decadente quanto più florido è lo spirito dell’intellettuale sardo, un corpo quasi trasfigurato dalla forza dell’idea.

I corpi dei politici della Prima Repubblica sono corpi dimessi, tutt’altro che eroici e performanti: non contano molto nella comunicazione politica, quasi esorcizzati dall’assoluto predominio delle culture “decarnalizzate” del cattolicesimo e del comunismo (corpi magri, curvi, debordanti, sudati). E’ la Seconda Repubblica a far tornare in auge il corpo “politico”. Il corpo berlusconiano è, da principio, un po’ anonimo, quasi neutro: quello del ’94 non è il corpo berlusconiano esibito negli anni successivi (Berlusconi che fa footing con i suoi collaboratori alle Bermuda, che persegue una costante “messa in forma”, che vuole accreditarsi come un “corpo instancabile” capace di lavorare 20 ore al giorno, che, tra il serio e il faceto, rivendica una sorta di super-bio-immunità). Mentre il corpo di Prodi del ’96 è un corpo che solo apparentemente è massiccio e poco performante: in realtà Prodi è un forte ciclista capace di pedalare per decine di chilometri al giorno. Un corpo “grande” che rassicura gli italiani e che sceglie di muoversi in bus, distribuendo sorrisi “emiliani”, manifestando una comunicazione corporale e prossemica che gli esperti definiscono “cinestesica”. Se il corpo di Casini, pur essendo esteticamente quasi perfetto, non si consolida nell’immaginario “corporale” degli italiani, è perché Casini non lo esibisce in alcun modo: giacca e cravatta occultano il corpo alla Clooney, senza ammiccamenti all’immaginario femminile. Né il leader UDC si fa riprendere pubblicamente in tuta o mentre pratica qualche attività fisica. Non essendo un corpo “dinamico”, appartiene alla staticità dei corpi della Prima Repubblica. Lo stesso accade con Rutelli nel 2001: il sindaco dagli occhi del cielo è bello ma il suo corpo è “fermo”, “poco atletico”.

 

Il vero corpo bossiano è il “corpo mistico” del popolo leghista: quello che più conta della sua materialità è la voce, profonda e rauca. Eppure è un corpo instancabile, che fa le ore piccole, che si mostra in canotta sulla Costa Smeralda, che si muove forsennatamente in tutto il Nord e che, ad un certo punto, viene colpito dalla malattia. Il Bossi che torna dopo la malattia ha perduto la gestualità prorompente della sua prima comunicazione politica (chi non ricorda l’uso spesso irriverente che faceva del suo braccio): ormai dematerializzatasi, la leadership bossiana, dopo la malattia, è diventata meramente spirituale, collegata al ricordo della sua forza. Il corpo veltroniano si esalta come “corpo viaggiante” nel suo tour elettorale ma non è un corpo “performante”. Arriviamo ai tempi nostri. Berlusconi ha ceduto lo scettro ad Alfano che ostenta un corpo alto, atletico e abbronzato: un corpo siciliano “deciso” che però non sceglie mai di farsi vedere fuori dall’abbigliamento istituzionale. Quello di Monti è un non-corpo nel senso che l’attuale presidente del consiglio non viene percepito come un leader “corporale” o “carnale” ma come una “mente” finanziaria, una mente quasi senza corpo. Ecco però che, improvvisamente, nonostante la decarnalizzazione apparente della leadership politica, irrompono sulla scena Vendola, Grillo e Renzi. Il corpo vendoliano è un corpo pasoliniano che afferma la propria “diversità” ma che viene subito oscurato e subissato dall’egemonia del suo stesso verbo, della parola che sovrasta la carne. Quello di Renzi è un corpo giovane, non particolarmente atletico o performante: un corpo “medio” nel quale tutti i quarantenni possono riconoscersi, anche quelli che non frequentano le patrie palestre. Ma è un corpo “attivo” che sceglie di percorrere l’Italia in camper, vestendosi casual, con jeans e camicia, un corpo che si mette in gioco nel suo essere itinerante. Ed infine il corpo grilliano: un corpo che non arringa soltanto ma che, a sorpresa, emulando l’impresa di Mao Tse Tung, percorre a nuoto lo stretto di Messina, nonostante lo scetticismo dei suoi collaboratori. Abile sotterfugio per calamitare l’attenzione dei media? Atto di rispetto e di amore per i siciliani? Metafora del fatto che i veri ponti sono quelli costruiti tra il leader e il popolo e non i ponti di metallo? C’è, quindi, un’estetica del corpo del leader che ha bisogno, però, di diventare segno di energia, forza, movimento, resistenza: è, in realtà, un corpo “esteso” perché di tale nozione di corpo fanno parte il timbro e le tonalità di voce, la gestualità, la prossemica (ovvero il modo di occupare lo spazio e di comunicare attraverso di esso). Ad esso si richiede una sorta di ubiquità perché quanto più il corpo del leader occupa più spazi tanto più esso acquisisce carisma. Perfino Grillo, che si è sempre mosso nello spazio dematerializzato della rete (una noosfera senza corpi), ha dovuto produrre una performance fisica, riaffermando, in una sorta di visione spartana, la forza di quel corpo che non vuol essere come i corpi degli altri politici proprio perché, malgrado l’età, esso rivendica (non senza la consueta ironia di ogni comunicazione di Grillo) una vis tutt’altro che postmaterialistica. In politica il corpo è tornato protagonista e giocherà (a livello inconscio) un ruolo nella futura partita elettorale.

 

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DA BERLUSCONI A GRILLO: STORIA DI UTOPIE, ILLUSIONI E REALPOLITIK

29 Mag

Franco Forchetti

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo pubblicato sulla rivista “Testatadangolo” (www.testatadangolo.com) diretta da Alessandro Meluzzi

 

 

Paradossalmente sono proprio le categorie del sogno e dell’utopia a spiegare i fenomeni politici più significativi degli ultimi venti anni. Il sogno berlusconiano è stato l’utopia liberal-borghese di una società libera dal moloch dei partiti, un modello utopico senza retroterra filosofico che si nutriva più dell’operosità della forma mentis brianzola che non di una radice ideologico-culturale. Utopia che fa sognare e che, in fondo, non simpatizza troppo per il parlamentarismo poiché a un presidenzialismo forte e ad un governo decisionista.

L’impasse di tale utopia è che, da un lato, chi la propugna è un magnate dei media e dell’editoria e, per questa ragione, viene sospettato (anche se è in buona fede) di sovrapporre interessi privati e bene comune. Mentre, dall’altro, è noto che qualsiasi utopia liberale deve scontrarsi con un paese fatto di corporazioni, potentati e lobby.

 

Quello prodiano è stato il sogno, in salsa romagnola, di un’Italia della nuova pax tra potentati e corporazioni, della democrazia operosa, del rigore dell’amministrazione finanziaria e della mediazione con le istanze comuniste. Primo esempio post-ideologico di compromesso ideologico, il sogno è naufragato più per le rivendicazioni dei singoli che per intrinseca debolezza. Il veltronismo, almeno nelle intenzioni, ha incarnato l’utopia di un paese democratico, tollerante, buonista, l’auspicio di un governo democratico-kennediano in grado di esorcizzare gli estremi: pur sconfitto dal berlusconismo, il veltronismo rappresentava un progetto politico valido. Ma è un kennedismo alla “romana” che non faceva sognare perché sceglieva, scientemente, un basso profilo e un understatement più britannico che americano.

L’utopia di Vendola è quella di un politico pasoliniano-borgesiano, impastato di letteratura e solidarietà, di trasgressione e conservazione: una lingua nuova che affascina sia la vecchia koiné postcomunista che il mondo giovanile in cerca di un profeta armato, sensibile e intelligente. E’ l’utopia di carne e sangue di un uomo contro che inventa un nuovo glossario. Destinato a non diventare partito a vocazione maggioritaria, il progetto politico vendoliano rischia, però, di riscrivere la storia della sinistra: dopo Vendola la sinistra non sarà più uguale. Avrà perso qualcosa in burocrazia, sezioni e organizzazioni ma avrà guadagnato in mente e cuore.

L’utopia di Casini non c’è. Ed è stato quello l’errore di Casini, politico affidabile, preparato e con un forte senso delle istituzioni che, però,  non fa sognare il proprio elettorato. Il moderatismo, il centrismo, il cerchiobottismo sono virtù che magari seducono la mente ma non scaldano i cuori degli elettori. La crisi dei grandi partiti, messa in luce dalle ultime amministrative, è imputabile all’assenza di utopie: del resto il movimento grillino è, al postutto, un movimento carismatico fondato sull’utopia di un governo dei bravi cittadini sensibili all’ecologia, al risparmio energetico e alle buone pratiche economico-finanziarie. Mentre gli sconfitti delle ultime elezioni sono tutti coloro che hanno scelto la strada della pragmatica politica sobria e stoica (più sacrifici per tutti, poche speranze, nessun orizzonte) che magari piace ai superbanchieri europei ma scontenta un popolo a cui si nega una qualsivoglia teleologia. Tra l’euforia (talora obnubilante) dell’utopia e la disforia (talora depressiva) della realpolitik c’è, probabilmente, una terza via su cui si giocherà il futuro del paese.

BERLUSCONI QUINTA COLONNA. 4 IPOTESI SUL DESTINO DI MONTI E 1 IPOTESI SUL PODESTA’ STRANIERO

20 Apr

Eravamo abituati al Berlusconi dirompente delle campagne elettorali, al Berlusconi “populista” che attaccava i giudici, al Berlusconi di lotta e di governo. Oggi c’è un Berlusconi inconsueto: dopo aver ceduto lo scettro del partito ad Alfano, Berlusconi ha indossato le vesti del padre fondatore che dà consigli e che, da lontano, guida il partito. Sembrava, da principio, che, pur sostenendo Monti, Berlusconi non volesse confondersi con il Professore, facendo intendere che non la pensava esattamente come il bocconiano su alcuni temi. Pareva che il PDL perseguisse una strategia cerchiobottista per la quale si sosteneva e si criticava al contempo il governo, obbedendo, da un lato, alla realpolitik della sopravvivenza, e, dall’altro, alla necessità di non inimicarsi un elettorato insoddisfatto dalla Montipolitik. Finché non vi è un stato un giro di boa allorché Berlusconi ha lasciato intendere di poter sostenere un governo Monti ben oltre la scadenza della legislatura nel 2013. Tanto da far allarmare alcuni esponenti della sinistra timorosi che la figura di Monti possa essere reclamata dal centrodestra e sdoganata come nuovo leader “tecnico” del postberlusconismo. Non ci interessa tanto sapere cosa farà Monti e se davvero questi intende proseguire il suo mandato. Semmai viene da chiedersi perché Berlusconi abbia preso in considerazione l’eventualità di un appoggio ad un governo Monti di lunga durata:

1) Berlusconi è in perfetta buona fede e, per amor di patria, ritiene importante dare fiducia da un governo che sta portando il paese fuori dalla crisi. E’ consapevole che occorreva farsi da parte, almeno per qualche tempo, al fine di evitare che un eventuale fallimento dello stato italiano per un rialzo eccessivo dello spread potesse essere imputato alla sua figura.

2) Berlusconi sa che alle prossime elezioni politiche il centrodestra è condannato a perdere a favore del centrosinistra e, a quel punto, conviene rimanere in appoggio ad un governo di larghe intese senza consegnare il paese ai suoi arcinemici.

3) Berlusconi fa mera pretattica lasciando intendere che appoggerà un governo Monti oltre il 2013, salvo poi ripensarci e presentare Alfano all’appuntamento del 2013, dopo aver, però, addormentato la partita elettorale e magari spiazzato la sinistra.

4) Berlusconi vuole “bruciare” Monti elogiandolo e dandogli una futura investitura. Corteggiando Monti da destra, Berlusconi lo rende non reclutabile dalla sinistra. Contemporaneamente Berlusconi sa che non necessariamente Monti potrebbe scongiurare del tutto il rischio del rialzo dello spread. Se il paese, pur guidato da Monti, dovesse ripiombare in piena emergenza “spread”, ciò sarebbe la prova provata che Berlusconi non aveva colpe in tal senso e, a quel punto, potrebbe rilanciare sul piano politico attraverso il delfino Alfano.

In ogni caso ciò è la prova che il berlusconismo non è al tramonto e che Berlusconi, anche se da dietro le quinte, giocherà un ruolo ancora fondamentale. Ad una sola condizione, però. Quella per cui il futuro PDL divenga sì una grande casa dei moderati ma abbia il coraggio di continuare a incarnare un partito a forte vocazione leaderistica, capace di esprimere un Alfano (o un “podestà straniero” volitivo) forte, decisionista, coraggioso nell’assumere posizioni anche critiche nei confronti dell’Europa. Perché non è affatto vero che il futuro politico dell’Italia dipendE solo dai movimenti antipolitici (vedi Movimento a cinque stelle), dall’astensionismo o da vagheggiate forze centriste. Gli scenari italiani ed europei, caratterizzati da disoccupazione, incertezza, paura, disorientamento, sfiducia nelle istituzioni europee, stanno preparando la strada (come già profetizzava Tremonti) alla reviviscenza degli estremi (dalle destre nazionaliste e xenofobe alle forze neocomuniste) e invocano (che ci piaccia o meno) nuovi uomini della provvidenza, nuovi uomini forti. E a quel punto vincerà il partito politico che saprà esprimere non soltanto una capacità di attrazione al centro ma soprattutto un leader coraggioso nel quale il popolo elettorale si riconoscerà.