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DA BERLUSCONI A GRILLO: STORIA DI UTOPIE, ILLUSIONI E REALPOLITIK

29 Mag

Franco Forchetti

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo pubblicato sulla rivista “Testatadangolo” (www.testatadangolo.com) diretta da Alessandro Meluzzi

 

 

Paradossalmente sono proprio le categorie del sogno e dell’utopia a spiegare i fenomeni politici più significativi degli ultimi venti anni. Il sogno berlusconiano è stato l’utopia liberal-borghese di una società libera dal moloch dei partiti, un modello utopico senza retroterra filosofico che si nutriva più dell’operosità della forma mentis brianzola che non di una radice ideologico-culturale. Utopia che fa sognare e che, in fondo, non simpatizza troppo per il parlamentarismo poiché a un presidenzialismo forte e ad un governo decisionista.

L’impasse di tale utopia è che, da un lato, chi la propugna è un magnate dei media e dell’editoria e, per questa ragione, viene sospettato (anche se è in buona fede) di sovrapporre interessi privati e bene comune. Mentre, dall’altro, è noto che qualsiasi utopia liberale deve scontrarsi con un paese fatto di corporazioni, potentati e lobby.

 

Quello prodiano è stato il sogno, in salsa romagnola, di un’Italia della nuova pax tra potentati e corporazioni, della democrazia operosa, del rigore dell’amministrazione finanziaria e della mediazione con le istanze comuniste. Primo esempio post-ideologico di compromesso ideologico, il sogno è naufragato più per le rivendicazioni dei singoli che per intrinseca debolezza. Il veltronismo, almeno nelle intenzioni, ha incarnato l’utopia di un paese democratico, tollerante, buonista, l’auspicio di un governo democratico-kennediano in grado di esorcizzare gli estremi: pur sconfitto dal berlusconismo, il veltronismo rappresentava un progetto politico valido. Ma è un kennedismo alla “romana” che non faceva sognare perché sceglieva, scientemente, un basso profilo e un understatement più britannico che americano.

L’utopia di Vendola è quella di un politico pasoliniano-borgesiano, impastato di letteratura e solidarietà, di trasgressione e conservazione: una lingua nuova che affascina sia la vecchia koiné postcomunista che il mondo giovanile in cerca di un profeta armato, sensibile e intelligente. E’ l’utopia di carne e sangue di un uomo contro che inventa un nuovo glossario. Destinato a non diventare partito a vocazione maggioritaria, il progetto politico vendoliano rischia, però, di riscrivere la storia della sinistra: dopo Vendola la sinistra non sarà più uguale. Avrà perso qualcosa in burocrazia, sezioni e organizzazioni ma avrà guadagnato in mente e cuore.

L’utopia di Casini non c’è. Ed è stato quello l’errore di Casini, politico affidabile, preparato e con un forte senso delle istituzioni che, però,  non fa sognare il proprio elettorato. Il moderatismo, il centrismo, il cerchiobottismo sono virtù che magari seducono la mente ma non scaldano i cuori degli elettori. La crisi dei grandi partiti, messa in luce dalle ultime amministrative, è imputabile all’assenza di utopie: del resto il movimento grillino è, al postutto, un movimento carismatico fondato sull’utopia di un governo dei bravi cittadini sensibili all’ecologia, al risparmio energetico e alle buone pratiche economico-finanziarie. Mentre gli sconfitti delle ultime elezioni sono tutti coloro che hanno scelto la strada della pragmatica politica sobria e stoica (più sacrifici per tutti, poche speranze, nessun orizzonte) che magari piace ai superbanchieri europei ma scontenta un popolo a cui si nega una qualsivoglia teleologia. Tra l’euforia (talora obnubilante) dell’utopia e la disforia (talora depressiva) della realpolitik c’è, probabilmente, una terza via su cui si giocherà il futuro del paese.

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